Archive for Francesco Aqueci

Fede

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Intervistato oggi da “la Repubblica”, in occasione delle imminenti elezioni del Parlamento europeo, il Ministro degli Esteri polacco, Radolaslaw Sikorski, ha dichiarato. «io spero che la nuova leadership europea, quella che uscirà dalle elezioni, sia all’altezza del grande compito cruciale: rispondere alle sfide resuscitando e restaurando la fede e la fiducia degli europei, dei loro cuori e della loro ragione, nell’Europa». Ecco, la fede. E se al posto di Europa, ci metti 60 x 3 x 5, cioè i parametri di Maastricht, che assicurano la ferrea presa del capitalismo assoluto sul continente, è proprio un auspicio di quella “religione della merce” che proprio in Europa annovera vaste moltitudini di fedeli.

Populismo 2

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In risposta a dei precedenti interventi di McCormick e di Del Savio e Mameli sul populismo, Nadia Urbinati rileva l’ambiguità del termine ed esprime tutta la sua apprensione per il pericolo che il populismo fa correre alla democrazia rappresentativa. Che il termine sia ambiguo, c’è poco da fare, lo si usa, e allora bisogna pur vedere che significa, magari osservando cosa fanno coloro che imputano il populismo e coloro che sono accusati di populismo. Preoccuparsi poi per la democrazia rappresentativa è un bene. In mancanza di meglio, è bene tenersela stretta. Ma se la democrazia rappresentativa deve servire a far comandare i pescecani della Morgan Stanley, per i quali le Costituzioni antifasciste dei Paesi dell’Europa mediterranea sono un ostacolo alla completa glorificazione del capitale, beh, questi antipopulisti sono peggio della toppa sul buco. Il problema vero è come determinare un effettivo cambio di potere nella società, ovvero il capitale che non comandi più sul lavoro. Occupy Wall Street ci ha provato, ma è stata sfiancata a manganellate. Il populismo ci può riuscire? Sta nelle sue finalità? Vediamo. Grillo vuole dare addosso alle banche, per far comandare la piccola e media impresa. La piccola e media impresa fa parte dei subalterni o no? Culturalmente, forse sì, spesso sono degli ex operai divenuti padroncini, ma la loro aspirazione è a staccarsi da quella condizione per andare a comandare capitalisticamente. Quindi, Grillo e soprattutto Casaleggio, al quale danno fastidio coloro che sono «ideologicamente connotati», ciò che vogliono è una ridistribuzione del potere dentro l’attuale assetto sociale. Per ottenere questo, a loro basta e avanza un rivolgimento politico, cioè l’azzeramento dell’attuale classe politica e la sostituzione con un’altra più sensibile agli interessi di un segmento meno “nobile”, meno “titolato” del capitale. Formalmente, questo lo intendono ottenere con un po’ meno di democrazia rappresentativa e con un po’ più di democrazia cosiddetta “diretta”, per la quale la rete, con i suoi tempi e modi spontaneamente autoritari, si presta meravigliosamente. A parte il velleitarismo di questo programma, la situazione non cambierà non solo per la vecchia classe operaia residuale, non solo per i nuovi lavoratori del precariato più o meno cognitivo, ma soprattutto per la nuova e sempre più estesa massa di giovani donne e giovani uomini descolarizzati e disoccupati. Per loro ci sarà qualche mancia, come il cosidetto “reddito di cittadinanza”, magari realizzato licenziando un po’ di statali, vil razza dannata. Una prospettiva di indigenza per tutti. Naturalmente, la miseria del populismo non cade dal cielo. È l’espressione di un momento storico, in cui i rapporti di forza tra capitale e lavoro sono completamente sbilanciati a favore del primo. I subalterni sono perciò un esercito in sfacelo, e non meraviglia che abili capitani di ventura ne ottengano il consenso elettorale da usare per le loro lotte tese a ridistribuire gli interessi dentro l’attuale configurazione di potere. La colpa più grave del populismo non è perciò di attentare alla democrazia rappresentativa, ma di perpetuare la subalternità dei subalterni. Questo è un danno non solo per i subalterni, ma per l’intera società, perché dissipa energie umane che potrebbero rinnovare la condizione di tutti, anche dei pescecani promossi dalla Morgan Stanley, che vanno avanti sniffando cocaina e stuprando bambini delle periferie del mondo.

Bergoglio, dopo le carote, il bastone?

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il manifesto” di oggi dà notizia di una scomunica da parte della Congregazione per la dottrina della fede contro i gruppi di cattolici di base raccolti attorno al movimento We are Church, fondato in Austria, nel 1996, da Martha Heitzer e dal marito. L’istruttoria durava da molto tempo, ma evidentemente si è trovato il modo di concluderla ora, affinché i vaticanologi possano discettare se è un siluro contro Bergoglio o se invece l’astuto Bergoglio ha tirato, dopo tanata carota, un colpo di bastone sul popolo bue.

Populismo

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Nelle rare ma significative interviste rilasciate da Roberto Casaleggio, alla domanda se mai il M5S si alleerà con quelli della lista Tsipras, come pure auspica che accada una delle sue maggiori esponenti, la giornalista Barbara Spinelli, il capo cinquestellato risponde sempre con la formula fissa «sono troppo lontani da noi, perché ideologicamente connotati». Purtroppo, a disdoro della classe giornalistica, nessun intervistatore ha posto la domanda immediatamente successiva, ovvero «che cosa intende per “ideologicamente connotati”?». Si deve perciò dedurre da altre sue affermazioni il senso di questa fatwa, in particolare dalla particolare attenzione che riserva alla piccola e media impresa, per la quale ha un programma dettagliato di privilegi e favori da realizzare spostando una quota consistente di spesa e di carico fiscale. La scelta di rappresentare gli interessi di questo segmento della classe imprenditoriale, il privilegiamento al limite dell’infatuazione adolescenziale per le nuove tecnologie produttive ad alta intensità cognitiva, la predilezione per i temi della “legalità”, dicono molto chiaramente che Grillo e Casaleggio non intendono assolutamente mettere in discussione il comando del capitale sul lavoro, e che intendono invece usare le classi subalterne come massa di manovra per un rivolgimento politico, che scalzi l’attuale élite politica governante a favora di una nuova che ridistribuisca le opportunità di guadagno. In ciò, essi rappresentano sicuramente l’essenza del populismo, se con questo termine si intende l’uso delle classi subalterne come massa di manovra da parte di capi che mirano ad un rivolgimento politico, senza mettere in discussione la struttura economica della società. Non solo le interviste di Casaleggio, ma anche quelle dei vari Le Pen, Orbán, Farage, ecc. ecc., sono in proposito molto chiare. Del resto, non è un caso che l’élite al governo tacci polemicamente di “populismo” questi movimenti. È un’onesta ammissione del timore di vedersi scalzati dal potere, che rivestono con l’accusa di peccato contro la religione democratica, insinuando il sospetto che vogliano instaurare delle dittature. Gli intellettuali partecipano a queste battaglie, avanzando le loro definizioni di populismo, che restano tutte dentro la religione democratica, vuoi che ammettano che esiste tale pericolo dittatoriale, vuoi che invece auspichino che la democrazia rappresentativa si colori un po’ di demcrazia diretta. Tutto perciò si svolge nel cielo della politica, una élite contro l’altra, senza che ci si debbe risvegliare dal culto dogmatico che ogni giorno si celebra con la religione della merce.

I nuovi eletti

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Secondo il sondaggista Roberto Weber, intervistato dal “Fatto Quotidiano” di ieri, Grillo presiede (sic!), cioè presidia, l’area dell’insofferenza, che rappresenta un terzo degli italiani, mentre Renzi quella della conservazione e dell’investimento, che è la parte maggioritaria. Come possono stare assieme la conservazione e l’investimento, gli “aggregati persistenti” e l’“istinto delle combinazioni”, i “redditieri” e gli “speculatori”? Qui, un Pareto redivivo avrebbe di che esercitarsi, contestando magari l’impossibile congiunzione. Ma, si sa, Pareto non era un dialettico, mentre il sondaggista ci tiene a suggeririci l’idea di una composizione degli opposti. Ci sarà una sintesi? Renzi ce la sta mettendo tutta. I “conservatori” li ha presi per stanchezza, agli “innovatori” liscia il pelo con opere ed omissioni. La direzione è una terra di nessuno dove, chi ci arriverà, potrà proclamarsi eletto, e non si volterà più indietro, a guardare il disastro.