Archive for Francesco Aqueci

L’ambigua virtù del capitalismo immacolato

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Mario Draghi è l’argomento del giorno. Il suo «whatever it takes» è proverbiale. Nei talk show, giovani e meno giovani lo ripetono voluttuosamente fra una lepidezza e l’altra. Tre paroline che sono servite a salvare l’euro. La forza magica del linguaggio. Ma Draghi non è un mago. Di lui si esalta il pragmatismo. Se l’Italia sta per fallire, le scrive una letterina e il governo, da Berlusconi a Monti, cambia la tarantella napolitana. Se l’Europa stenta a trovare l’accordo, lui inventa il Fiscal compact. Se l’euro scricchiola, lui ammonisce i mercati. Non ha ideologie. Risolve le situazioni. Quando nel marzo scorso è scoppiata la pandemia, il Financial Times gli ha chiesto cosa si sarebbe dovuto fare secondo lui per combatterla. Lui ha scritto un meraviglioso articolo asciutto e vigoroso che lo sta portando dritto a Palazzo Chigi1. Fare debito buono ed evitare quello cattivo. Come il colesterolo. Ma la penna è traditrice. Intanto, Draghi ha chiarito che, si tratti di multinazionali o di piccole e medie imprese oppure di imprenditori autonomi, bisogna salvare tutti. Ecco cos’è il pragmatismo. Un altro avrebbe detto: il capitalismo bisogna salvarlo tutto. Capitalismo, che astrazione indeterminata! Invece, in quel piccolo elenco c’è tutta la concretezza della vita moderna che si stringe a coorte. Siam pronti alla morte. Ma chi deve salvare tutte quelle particolarità da cui sgorga la ricchezza delle nazioni? Dice Draghi: «il ruolo appropriato dello Stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire». Che lo Stato vi protegga, citoyens! Forse che la Gloriosa Rivoluzione non l’abbiamo fatta per infondere un’anima politica al crasso bourgeois? Ma lo Stato, dice Draghi, deve proteggere non solo i cittadini ma anche «l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa». Economia e teologia. L’economia, cioè il settore privato, non ha colpa. E cos’è la colpa? Risponde Draghi: «gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima». Anzitutto, «perdita di reddito»: perché chiamare reddito i profitti? Populismo dal sen sfuggito? Che abbia ragione l’elevato Buffone a dire che Draghi è un grillino? Ma, cosa più importante, quando gli sconvolgimenti sono ciclici, dice Draghi, c’è colpa. Perciò, si può strangolare la Grecia, e dormire sonni tranquilli, perché lì è il ciclo che assegna premi e punizioni. Fuori dal ciclo, il settore privato, cioè l’economia, non ha colpe. Quindi, se il ciclo lo comanda, il settore privato può fagocitare il settore pubblico, il quale, in quanto Stato, esiste e serve a sorreggere il settore privato quando è fuori dal ciclo e quando il ciclo lo comanda. 1993: il ciclo comandava di dismettere il settore pubblico e, Draghi era lì, fu fatto. Così le Partecipazioni statali, con i loro abomini ma anche con le loro immense ricchezze, sparirono. 2020: causa pandemia, il settore privato è fuori dal ciclo, e il settore pubblico, ovvero lo Stato, è chiamato a salvarlo. Dice infatti Draghi: «l’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni». È bello il pragmatismo. Il mondo è sottosopra, ma il pragmatico casca sempre in piedi. Così tutti hanno l’impressione che il mondo alla rovescia in cui vivono non solo è giusto, ma è l’unico possibile. Ma cosa vuol dire esattamente essere fuori dal ciclo? Tutti gli Stati, dice Draghi, «hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre, il più significativo precedente della crisi in atto, si finanziavano attingendo al debito pubblico». Guerre e pandemie, ecco cosa vuol dire essere fuori dal ciclo e quindi non avere colpa. Draghi poteva dire: pandemie e catastrofi naturali. No, ha detto guerre e pandemie. Con gli spettri non si scherza. Hanno una loro vita propria, e neanche Draghi riesce a tenerli a bada. Dunque, la guerra è un fuori ciclo, un esterno che colpisce l’interno. E la pandemia, che pure sarebbe un esterno, un virus fa parte della natura, è paragonata a un falso esterno, la guerra, che invece è un interno, perché non s’è mai visto sinora un esercito di extraterrestri che muove guerra al pianeta terra, mentre più volte si sono visti eserciti di terricoli che si combattono per estendere flussi di merci. Come si vede, non è vero che un onesto e capace funzionario del capitale non ha ideologia. Ha invece l’ideologia dell’economia, cioè di quel settore privato che ha colpe se è nel ciclo, non ha colpe se è fuori ciclo. È nel ciclo quando l’economia gira, il settore pubblico vegeta e lo Stato sta a guardare. È fuori dal ciclo quando la politica sotto forma di guerra o di pandemia turba e sconvolge il succedersi dei cicli, cioè di quelle meravigliose “distruzioni creatrici” che chiamiamo “crisi”. Che la pandemia sia come una guerra, l’ha detto Draghi, e ha ragione. I virus non circolerebbero se il settore privato non li spargesse in giro per il mondo, al seguito di merci e persone che vendono merci. Alla fine, se ci pensiamo bene, il settore privato non ha mai colpa. Sì, è vero, quando è nel succedersi dei cicli, se pecca paga pegno, vedi Grecia. Ma, come i titoli azionari, sono peccati derivati, perché nel suo complesso il settore privato non porta in sé quel che si dice il peccato originale. Quello è fuori dal ciclo: guerre, pandemie, insomma lo sfondo largo della politica. La Rivoluzione avrà pure insufflato un’anima nel borghese, ma il capitale non si smentisce mai: modella il mondo, però pretende che la colpa stia fuori di sé. Il capitalismo è perciò immacolato, e Draghi ne è il figlio salvatore. Adesso, però, Draghi è stato risucchiato dalla politica che si stringe unanime attorno a lui. Lui, che come abbiamo visto è un virtuoso funzionario del capitale, sicuramente vorrà ripristinare il ciclo, con i suoi premi e le sue punizioni. Ma è sicuro che il settore privato, lasciamo stare quello che vive all’ombra del settore pubblico, ma quello che si vuole duro e puro del Veneto e della Lombardia, gradisca questa onesta lotteria? Non sempre quel mondo, che pure è valoroso, sembra essersi ispirato alla massima “vinca il migliore”. E la Lega che da sovranista si scopre all’improvviso europeista qualche sospetto lo suscita. Si apre insomma un bel gioco di specchi alla fine del quale Draghi potrebbe ascendere, giubilato, al Quirinale, con il settore privato che, avendo ripianato i debiti a scapito del settore pubblico, potrebbe riprendere la vita protetta di sempre, abbellita dalla favola del capitalismo immacolato.

 

  1. Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly, https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b. 

    Utilizzo la traduzione fattane dal sito L’Antidiplomatico, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-che_politiche_far_draghi_lo_ha_scritto_chiaramente_basta_leggere/39602_39659/ []

Contrappasso

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La cosa più penosa era vedere i media di tutte le tendenze esorcizzare l’evento. Non facevano più cronaca ma pronunciavano dei vade retro. E mentre scorrevano immagini che nessuno di loro aveva girato, i corrispondenti emettevano accorate previsioni su quanto ancora sarebbe potuto succedere di peggio. Diciamolo, quest’aria funesta non era ingiustificata. Era accaduto che i rappresentati avevano invaso il palco della rappresentanza e avevano scacciato in malo modo i rappresentanti. La democrazia rappresentativa non c’era più. Certamente, la dissacrazione era opera solo di una parte, e la parte restante ribolliva di rabbia, come si capiva dal “now” con cui il nuovo presidente ingiungeva al vecchio di andare in tv e porre fine allo scempio. Si badi bene, non in piazza, non fra i suoi sostenitori che erano lì a due passi e su cui pure si poteva presumere che avesse un qualche ascendente, ma in tv. Bisognava insomma ricostruire, “now”, ciò che era stato distrutto, non solo la rappresentanza, ma la rappresentazione televisiva della rappresentanza. Tuttavia, l’aria sonnolenta (è proprio così, sembra che dorma in piedi) con cui quel “now” veniva scandito faceva sorgere tanti interrogativi. Come si era arrivati a tanto? Quale sentire era stato così profondamente sfidato da infondere a quella parte di rappresentati quel coraggio sconsiderato? Beh, intanto bisognava subito etichettarla, e dare un’idea del suo abominio: estremisti di destra, neonazisti, suprematisti, complottisti, negazionisti. E in effetti per molti aspetti si trattava proprio di quell’abominio, ma non una parola però sulla politica intrigante che con patti e promesse più o meno inconfessabili forma coalizioni, compatta interessi, aggrega cordate dietro le quinte della rappresentanza, il cui copione può essere così recitato nelle forme e nei riti che tutto lavano e purificano. Al momento della formazione della nuova compagine dei ministri, non era stato infatti annunciato che il ministero dei trasporti sarebbe stato assegnato al giovane sindaco che con il suo ritiro dalla contesa presidenziale aveva favorito il raccordo attorno al vispo, ehm, Joe Biden? Era l’egemonia, bellezza, ridotta però a un minuetto di incipriati convinti di poter soffocare nel buio della sala l’egemonia maior che si gioca tra la sala e il palco e che consente al palco di rilucere solo se la sala vuole. Quegli incipriati invece, al netto di qualche fischio, davano ormai per scontato questo consenso, la democrazia non è forse la fine della storia? E invece la storia stava per rimettersi in moto, era da mesi che le sue ruote sgommavano nel fango, ma quegli azzimati continuavano a pavoneggiarsi nei loro sparati bianchi, trattando posti e cariche da cui gestire l’eternità. Certo, quante altre volte l’esasperazione per un così sfrontato disprezzo era montata, la sala aveva rumoreggiato, ondeggiato, si era scagliata contro il palco, ma la sua furia alla fine domata? Cos’era accaduto questa volta per permetterle di invadere il palco e sloggiarne gli occupanti? C’erano dei filmati che lo mostravano: da un lato poliziotti che sparavano a bruciapelo, dall’altro barriere che si aprivano, gente in divisa che faceva filtrare i dimostranti, plotoni di poliziotti che menavano pugni nell’aria e spruzzavano peperoncino con cui al massimo condire una pasta scotta. Erano gli apparati di forza divisi e squagliati di fronte a ordini ambigui – la morte per un apparato di forza. Ed ecco dunque squadernate davanti alla platea mondiale tutte le budella del potere, donde l’orrore dei media che non riuscivano a rimetterle frementi e fumiganti nella pancia squarciata da cui erano fuoriuscite. Sudamericana, proruppe ad un certo punto il corrispondente davanti a tanto spettacolo, sì, era una situazione sudamericana, come quando, ignobili assassini, nel Cile degli anni Settanta gli aerei foraggiati dai cultori della democrazia avevano bombardato il palazzo di un presidente legittimamente eletto. Ecco, ora quella oscenità, quel sacrilegio che in quel remoto paese era stato ritenuto giusto e necessario accadeva lì dove mai nessuno avrebbe immaginato che la sacra rappresentanza potesse essere violata.

Vicolo cieco

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Non c’è nessun motivo di rimpiangere non l’anno, ma il ventennio appena trascorso. Tre neri fiumi ne hanno segnato il corso, guerre fame e pestilenze. Si è aperto con la sfida di alcuni religiosi ai potenti del mondo. I religiosi sono coloro che si attengono scrupolosamente ai dettami del culto, poco importa che questo scrupolo sia soddisfatto in modo “fondamentalista” o meno. Essi stanno lì acquattati dalla notte dei tempi e il futuro che non sia l’apocalisse dell’eterno ritorno gli è loro precluso. La loro sfida, aerei usati come proiettili contro il sancta sanctorum dell’opulenza, non poteva perciò che essere insensata, e ha solo dato la stura ad un nuovo ciclo di guerre in cui Stati più potenti hanno potuto accrescere la loro potenza sopprimendo quella di Stati meno potenti. Non si è fatto nessun progresso nel problema vero di una diminuzione reciproca di potenza come si era iniziato a fare verso la fine della cosiddetta “guerra fredda”, a dimostrazione che nulla c’è da aspettarsi dalla religione anche quando tenta di riformarsi. Il movimento a singhiozzo che ne deriva disorienta le masse di infelici che da essa si aspettano ancora la salvezza. La guerra è dunque dilagata come il lato tenebroso della produzione, creando nella teoria l’illusione di un parallelismo tra rapporti di produzione e rapporti di distruzione stimolato dalle acquisizioni tecnologiche1. È stato un ulteriore abbaglio che ha messo a carico della tecnica quel che è di pertinenza di un imperialismo senza limite. La potenza degli Stati che si sono combattuti, infatti, se a prima vista sembra divenuta generica potenza, in realtà è sempre rimasta determinata da un imperio divenuto “globale” proprio perché sempre connesso strettamente alla produzione monopolistica e finanziaria della ricchezza: «monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a formare lo “Stato rentier”, lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e “tagliando cedole”». Che cosa è cambiato rispetto a questo quadro, non di sociologia empirica ma di concreta analisi politica, tracciato da Lenin nel 1916? Nulla, se non che ora anche il proletariato con i suoi fondi pensione vive “tagliando cedole”. E certamente questo è possibile grazie alla tecnologia, ma non perché essa è l’iper-potenza degli scopi che subordina a sé tutti gli altri scopi, ma perché essa oggi più che mai è asservita allo scopo supremo del dominio e dello sfruttamento. Così, un esercito di semi-schiavi occultato nel sottosuolo delle galere della produzione di base produce gli schiavi meccanici che sempre più consentiranno a una sterminata massa di oziosi di “tagliare cedole” sempre più miserande sotto l’occhiuto dominio di un’élite che, avendo come emblema la maschera ebete di Elon Musk, progetta come in un osceno corteo nuziale di trasmigrare in un altro pianeta. È il compimento di un sistema di produzione che producendo ricchezza crea fame. Fame, nome riassuntivo di tutta l’analitica della realtà sociale capitalistica che la cognizione sociale prodotta da tale realtà non può e non vuole più comprendere. In questa condizione alienata di ignoranza e di ipocrisia si poté produrre quindi il movimento tellurico del 2007 senza che il dominio e lo sfruttamento ne venissero scalfiti, anzi, nell’assenza di alternativa che non fosse il delirio religioso, essi ne trassero nuovo vigore. Incastonato nello sfondo estraniato di una pretesa “natura matrigna” scorreva intanto con un andamento carsico il fiume nero delle pestilenze che tutti i “salvati” raccolti nella putrescente cittadella imperialistica guardavano con occhio vitreo: a noi non capiterà. Sino a quando, nel 2020 appena trascorso, come lo spurgo impetuoso di una fogna troppo a lungo malamente tappata, la pestilenza non è sgorgata al centro del castello, immerdando di sé le splendenti vetrine, i rutilanti commerci, i frenetici spostamenti, sostenuti dagli spritz, dagli happy hours, dalle coca lines delle “Terrazze sentimento” ad alto contenuto pornografico di tutte le smart city che non chiudono mai. Ora si aspetta il vaccino, prodotto da un nugolo di monopoli farmaceutici in feroce lotta tra di loro che, quale sotto-settore imperialistico deputato alla bisogna, dovrà provvedere a “immunizzare il gregge” per far risalire gli indici altamente depressi del sistema imperialistico complessivo, da sfrenare in un nuovo ciclo di guerre fame e pestilenze. È così che, da dieci secoli, l’“uomo”, dogmatica ipostasi che ha asservito e sviato Homo sapiens, da oculus mundi quale orgogliosamente si auto-rappresentava è divenuto il vicolo cieco della specie.

  1. W. Streeck, Engels sociologo empirico. Tecnologia, guerra e crescita dello Stato, «Micromega», 8/2020, pp. 215-230. []

Nel segno del fallimento

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I più pensosi rilevano che una delle conseguenze della pandemia in corso è l’accentuarsi del conflitto tra Stato e regioni, e subito ti cominciano a parlare di quella calamità che è stata la riforma del titolo V della Costituzione. Ma c’è un significato di questo contrasto che non sia riconducibile a una dotta ma arida questione di diritto pubblico? Da dove sbuca fuori questo regionalismo che in pochi anni ha trasformato l’azzimata palandrana di Cavour in un chiassoso vestito di Arlecchino? Qui è bene ricordarsi della lezione del vecchio ma sempre attuale materialismo storico che insegna che sulla struttura economica si eleva la gigantesca sovrastruttura giuridica e politica ecc. ecc. E se la struttura italiana è sempre stata un organismo produttivo vivace, capace di produrre enormi ricchezze, non ha mai però saputo prolungarsi in una sovrastruttura che completasse e difendesse l’intera formazione nazionale. Alla metà del ‘500, in assenza di tale usbergo si ebbe la perdita del controllo dei propri interessi che diede il via libero definitivo al saccheggio da parte delle nuove potenze europee della ricchezza accumulata nei quattro secoli precedenti e causò la decadenza dei tre secoli successivi terminata solo con il Risorgimento. D’altra parte, il Risorgimento poté avviarsi grazie al portato giuridico e politico della Rivoluzione francese, sicché si può dire che se la borghesia comunale mancò di forza creativa perché non seppe annodare l’associazionismo cittadino in un saldo legame federale, quella risorgimentale creò il suo Stato per forza mimetica, senza un moto interiore quindi che fondesse in un tutto organico le singole parti che per secoli avevano languito le une separate dalle altre. Ciò nonostante, proprio perché caratteristica della struttura italiana è di essere quell’organismo capitalistico produttivamente vivace che si diceva, il nuovo Stato, benché spesso incespicando e addirittura a volte cadendo rovinosamente, assolse in parte quella funzione di corazza in grado di proteggere e promuovere la produzione di ricchezza nazionale, come si vide soprattutto nel trentennio 1945-1975, quando anche la vecchia divisione tra Nord e Sud, risalente al modo in cui l’Italia venne fuori dai secoli del disfacimento romano, fu in qualche misura intaccata. Si ebbe quindi in quest’epoca di relativa rinascenza un nuovo e imponente accumularsi di ricchezza che da qualche decennio è concupita dai concorrenti capitalismi ormai non più solo europei, parallelamente alla ricorrente incapacità di proteggerne il perimetro con una adeguata sovrastruttura. Il regionalismo, allora, portato avanti con argomenti pseudo-federalistici è l’alienazione in una politica avulsa dalle concrete sfaccettature della struttura produttiva italiana, che ha come protagonisti non più i casati nobiliari, i capitani di ventura o le meteore sorte dai ceti subordinati come nei secoli dei Comuni, ma le fazioni, i “leader” e le cuoche ambiziose di governare lo Stato che emergono dall’incessante processo elettorale, divenuto lo strumento per accaparrarsi briciole di ricchezza nazionale, nel mentre che gli altri capitalismi depredano le fortezze e casematte in cui nei decenni scorsi si è cristallizzato il vitalismo produttivo della struttura. È un altro ciclo borghese che si compie nel segno del fallimento, senza che dai subordinati, nel frattempo addirittura sdegnosi di sentirsi definire “subalterni”, venga un progetto nuovo che pure alla metà del secolo scorso per un momento sembrò prendere corpo. Tutta la nazione così ancora una volta si inebria del gioco machiavellico della politica mentre, e chissà per quanto tempo, perde di nuovo il controllo dei propri interessi.

Il bordello delle nazioni

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In una nota sul Mezzogiorno qui pubblicata lo scorso 13 agosto 2020, si indicavano le tre condizioni materiali concretamente storiche per risolvere il conflitto tra forze produttive e modo di produzione capitalistico che grava sul Sud e sull’intera nazione, ovvero priorità alla domanda interna, governo del lavoro su tutta la produzione di interesse generale, edificazione di una nuova politica dell’interesse nazionale. La vicenda dei porti, di cui l’acquisto del porto di Trieste da parte della società tedesca che gestisce quello di Amburgo è solo il prologo, serve da verifica immediata di tale schema. Intanto, c’è un antefatto, il porto di Gioia Tauro. Anch’esso trent’anni fa fu acquistato dai tedeschi che, così controllandolo, eliminarono un concorrente per i loro porti del Nord. Non si fa peccato a pensare che l’acquisto neo-asburgico di quello di Trieste abbia lo stesso scopo. Ma adesso ci sono i cinesi che si interessano ai porti del Mediterraneo per lo sbocco a mare della loro Via della Seta. I cinesi hanno già il Pireo, e qui entra in ballo il Mezzogiorno con i suoi porti di Taranto, Palermo, Augusta e Napoli. Il vecchio mondo atlantico riuscirà a contenere la loro avanzata o, presto, di memorandum in memorandum, qualcuno di questi porti finirà nelle loro mani? Il fatto è che questo vecchio mondo, dagli americani ai tedeschi, non ha più nulla da offrire in termini di mero sviluppo economico, che non sia deflazione e qualche spicciolo che sgocciola da giochi geostrategici vetusti, per i quali anzi vengono richiesti maggiori contributi. I cinesi, invece, che hanno molti soldi e altrettante ambizioni mondiali sono pronti a costruire gratis infrastrutture, centri commerciali, grandi alberghi. Un bengodi per le forze interne emerse e sommerse che hanno visto sempre in questi termini lo sviluppo del Mezzogiorno. I cinesi, insomma, possono essere la mazzata finale per un Meridione la cui costa, affetta dal gigantismo economico, perderebbe ogni rapporto con l’interno, destinato ad un deperimento cronico. Una prova? Perché tanto accanimento contro l’esperimento di sviluppo non economicistico ma sociale di Riace? Solo per pregiudizio contro i “negri”? Ma via! Il pericolo che un tale sviluppo “povero” potesse diffondersi in altri centri era grandissimo, quindi bisognava stroncarlo sul nascere. Cosa fa Roma di fronte a queste contraddizioni? Lascia che lo spelacchiato lupo atlantico travestito da Asburgo si riprenda Trieste anche se Trieste non ne trarrà gran beneficio, e blandisce i cinesi contando sul fatto che la debolezza crescente del fronte occidentale possa portare ad un loro discreto ingresso nell’inceppata economia subalterna meridionale. Non è perseguimento dell’interesse nazionale ma semplice equilibrismo che intensifica i difetti dello storico dualismo, e tutto ciò perché, dovendo rimettere al centro il governo del lavoro, non si vuole mettere in discussione l’architrave esportadore di questo falso sviluppo che, coronavirus permettendo, viaggia all’1% annuo di “crescita”. Il risultato di tanta pervicacia è che l’Italia è ormai il “bordello” delle altre nazioni, ma chi la governa, dai volponi del PD ai volpacchiotti del M5S, pensa di essere tornato al centro del mondo solo perchè alzandosi dal letto del vecchio amante atlantico può infilarsi nella stanza attigua dove attende l’ospite cinese cui indirizzare allusivi fanaletti.