Archive for Francesco Aqueci

Sud, struttura e sovrastruttura

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La letteratura sul Sud è un enorme cumulo di statistiche economiche, finanziarie, istituzionali, sanitarie, scolastiche e ambientali, in coda alle quali ricercatori di ogni orientamento appongono buoni propositi che grosso modo si possono raggruppare in due tipi, il Sud giardino turistico europeo e il Sud piattaforma logistica dell’Europa nel Mediterraneo. Naturalmente, perché almeno uno di questi scenari si avveri, i meridionali debbono finalmente acquisire il “capitale sociale” di cui continuano a difettare, qualità delle relazioni fra le persone, rispetto delle regole, senso della comunità e dell’interesse generale. Quando poi si vuole vivacizzare questo quadro quaresimale, ci si slancia sul collegamento tra Sicilia e terraferma, prospettando ponti o tunnel, a seconda la stagione e il colore, ormai peraltro indistinguibile, dei governi in carica. Qui non si vuole minimamente sminuire questo lavorio di conoscenze, riflessioni e proposte, che merita anzi il massimo rispetto. Si vuole semplicemente evidenziare un fatto che resta sempre alquanto in ombra in tutto questo ammasso di dati, ovvero che il Meridione non si riduce solo a dei rapporti di produzione, arretrati o meno che siano, ma vi è in esso, come in tutte le società, una dialettica di struttura e sovrastruttura che segna la sua storia e il suo presente. Anzi, segna il suo presente al punto che paradossalmente oggi si ha difficoltà a individuare e descrivere la sua sovrastruttura, a fronte di una struttura analizzata sempre più dettagliatamente con la precisione delle scienze statistiche. Per portare avanti questa breve e temeraria riflessione, non c’è modo migliore che rifarsi al testo fondativo in cui la società è descritta come una base economica su cui si eleva l’edificio ideologico, ovvero la Prefazione di Marx a Per la critica dell’economia politica (1859). I brani salienti di questo testo, interpretati liberamente, si alterneranno quindi con la ricapitolazione di momenti e passaggi storici e attuali del Mezzogiorno d’Italia. 

Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali.

Nel Mezzogiorno, i rapporti di produzione, rimasti per lunghi secoli immobili, subirono una scossa con l’Unità d’Italia. Ne seguì uno sviluppo delle forze produttive che, se riguardato solo in termini di banche, fabbriche, macchinari, infrastrutture, fu nullo o minimo. Ma le forze produttive non si esauriscono in tali aspetti con cui il capitale impone il suo sviluppo determinato. Anche il lavoro è una forza produttiva, la cui materialità consiste nello sviluppo alternativo di una differente e più larga socialità rispetto al rapporto di dominio in essere. Da questo punto di vista, si può dire che la scossa dell’Unità d’Italia sviluppò nel Mezzogiorno il lavoro, come si evince non solo dalle tante rivolte duramente represse, ma soprattutto dalle più mature manifestazioni rivoluzionarie dei Fasci siciliani, con cui si arrivò ad imporre patti agrari che, qualora quella rivoluzione avesse vinto, avrebbero sviluppato, assieme alla socialità del lavoro, anche la produttività economica dei rapporti di produzione nelle campagne.

L’insieme di questi rapporti di produzione, che sono rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla volontà di chi in essi si trova preso, costituisce la struttura economica della società.

Certo, questo sviluppo del lavoro non riuscì ad abolire il vecchio dominio feudale, nel frattempo entrato a far parte del nuovo blocco nazionale tra rendita agraria e capitale del Nord. Anzi, tale blocco dominò nel Mezzogiorno sino al secondo dopoguerra. Per un concorso di cause esterne ed interne, riguardanti le premesse politiche dello sviluppo delle forze produttive (integrazione del mercato nazionale negli scambi esteri a seguito della sconfitta in guerra, presenza con forti ramificazioni interne di un “blocco” internazionale alternativo del lavoro), tale blocco solo all’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo venne sostituito dall’intervento diretto dello Stato imprenditore. Perciò, mentre il lavoro con le occupazioni delle terre si batteva per lo sviluppo sociale alternativo, “altrove” in maniera necessaria e indipendente dalla sua volontà si decideva che il Sud si sarebbe dovuto sviluppare in modo capitalisticamente determinato, divenendo lo strumento per accrescere la quota di capitale variabile dell’intero processo produttivo nazionale.

L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.

Tramite questa maggiore estrazione nazionale di plusvalore, presentata come un generoso trasferimento di risorse, nel Sud finalmente venivano ad instaurarsi rapporti di produzione “moderni”, la “modernità” di un vasto deposito a cielo aperto di capitale fisso, fabbriche, macchinari, infrastrutture che, nei successivi vent’anni, avrebbe effettivamente fatto convergere gli indici di “sviluppo” tra Settentrione e Meridione, ma avrebbe espulso e annientato al Sud le forze sociali del lavoro. La sovrastruttura politica nazionale che si ergeva su questa base reale si riduceva ad un ambiguo gioco di cooptazioni nella gestione dello sviluppo determinato. La sovrastruttura politica internazionale inglobava invece la sovrastruttura giuridica formale e sostanziale generatasi nel corso del processo unitario risorgimentale, trasfigurandola e proiettandola in compiti nuovi. Il processo unitario risorgimentale aveva dato luogo ad una sorta di schisi sovrastrutturale, che aveva impedito la “chiusura” completa della corazza giuridica attorno alla figura monocratica dello Stato. Fallito il tentativo di portare a termine tale chiusura con la grossolana chirurgia fascista, tale assetto polistatuale venne integrato nello Stato profondo (deep State), assieme a nuovi segmenti occulti del tipo stay behind. Fu l’epoca del ruolo politico della mafia.

Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale.

Con la mafia assisa al tavolo della sovrastruttura dello Stato, il Sud politicamente risplendeva. E intanto, mentre imputridivano i rapporti di forza internazionali, nella sua base materiale strumentalmente edificata dall’intervento dello Stato imprenditore si infiltrava un “capitalismo nero”, mix di giganteschi traffici di droga e di più domestiche aggiudicazioni di appalti, che preparava il domani. La forza produttiva materiale del capitale, infatti, stava per schiantare sul piano internazionale il campo alternativo della forza sociale del lavoro, e presto si sarebbe slanciata nell’unificazione mondiale della base produttiva già in incubazione da qualche decennio. E allora, com’è scritto, subentrò un’epoca di rivoluzione sociale. Una rivoluzione sociale guidata dal capitale.

Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.

La conseguenza di tale rivoluzione fu per il Sud il crollo della gigantesca sovrastruttura in cui si trovava politicamente inserito nelle forme sopra accennate, e la sua mancata sostituzione con qualcos’altro. La base materiale sopravvisse grazie a flussi diretti con il Nord, alimentati sia da produzioni “in chiaro” di ristrette aree industriali, sia da servizi “in nero” offerti da spezzoni del vecchio assetto polistatuale. Per il resto, salvo un’agricoltura divisa tra nicchie ipermoderne e plaghe schiavistiche, tale base evaporò rapidamente negli invisibili circuiti finanziari della corruzione politica e del narco-traffico. Immensi capitali furono creati e gestiti da “uomini del sottosuolo”, il cui nichilismo non poteva esprimersi altrimenti, che nelle precedenti forme “popolari” di coscienza sociale. Il Sud, che come un sinistro rubino aveva brillato nella sovrastruttura politico-giuridica del mondo, di colpo ripiombò nel folklore delle forme artistiche, filosofiche e religiose di un popolo le cui nervature erano state spezzate dalla lotta del capitale contro il lavoro. Accanto ai “papelli”, richieste di salvaguardia da parte di chi riteneva di aver combattuto la “buona battaglia” e ora si vedeva dato in pasto agli apparati repressivi dello Stato, vennero i deliqui filosofici, le immaginette sacre, gli altarini dei grandi boss scaraventati nella discarica delle carceri. E la nuova base materiale degli “uomini del sottosuolo” si creò la sua sovrastruttura con il linguaggio più a portata di mano, quello che il popolo indistinto pratica spontaneamente da sempre, il linguaggio religioso. In questa forma di egemonia parassitaria (in altro contesto operata dall’Isis nei confronti della religione musulmana) si produssero così gli “inchini” dei santi alle dimore dei ricchi nullatenenti, l’estrema e più beffarda incarnazione del “proprietario assenteista” che per secoli aveva tiranneggiato il Sud.

Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.

Che cosa può proporsi il Sud se anziché verso nuovi e superiori rapporti di produzione ricade nelle sue condizioni materiali più arcaiche? È evidente che è proprio questa regressione che rende chimeriche le proposte di farne un giardino turistico o una piattaforma logistica. Né la soluzione può essere una rinnovata intensificazione dell’estrazione nazionale di plusvalore tramite un ulteriore accrescimento di capitale fisso, sub specie ponte o tunnel dello Stretto. Si è visto invece che va sciolto l’equivoco dello “sviluppo”, stabilendo in anticipo politicamente se si vuole proseguire nello sviluppo capitalisticamente determinato o in quello socialmente alternativo del lavoro. Basti solo pensare al caso dell’Ilva, dove la salvaguardia dei posti di lavoro, cioè la riproduzione del capitale, è in contraddizione con il risanamento di tutto un ambiente. Al Sud va dunque resa la sovrastruttura, come luogo della presa di coscienza delle condizioni materiali della propria esistenza, per enucleare le condizioni materiali che consentano l’introduzione di nuovi e superiori rapporti di produzione e quindi di coscienza sociale. Non dunque semplicemente un luogo di “dibattito pubblico”, ma una ricognizione pratica che trasformi già lo stato di cose presenti.

A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.

La storia del Sud deve ancora iniziare. Sinora esso è stato strumento dello sviluppo altrui. Non sarà certo la mitologia del passato borbonico a permettergli di perseguire il suo proprio sviluppo autonomo. Ma quanto accaduto in questi decenni mostra che il suo destino non può nemmeno compiersi nello spazio di quest’Italia ostinatamente esportadora. Il titolo di una recente pubblicazione recita: Una questione nazionale. Il Mezzogiorno da «problema» a «opportunità»1. Ma il “problema” non è il Mezzogiorno, bensì i rapporti di produzione dell’intero paese. Tutto un mondo che sembrava inattaccabile sta crollando sotto i colpi di antagonismi sociali e naturali incomponibili. L’“opportunità” sta nel riconoscere che, in questo nuovo contesto, lo sviluppo determinato, che esige uno sviluppo strumentalmente economicistico del Sud, confligge con lo sviluppo sociale dell’intera nazione. C’è quindi un conflitto tra forze produttive e forma antagonistica del processo di produzione sociale. Esistono le condizioni materiali concretamente storiche per la soluzione di questo antagonismo? Se ne possono indicare almeno tre: 1) priorità alla domanda interna non come semplice cambio di politica economica rispetto alla esportadoridad dei decenni trascorsi, ma per conformare l’economia ai bisogni del lavoro liberato dalla schiavitù di dover vivere in funzione della riproduzione del capitale; 2) gestione da parte del lavoro, quali che siano le sue concrete figure sociali, lavoratori, utenti, cittadini, di tutte le imprese di interesse generale riguardanti servizi pubblici essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio; 3) rifiuto dei “vincoli esterni” ereditati da un passato in dissoluzione, con le conseguenti misure diplomatico-politico-finanziarie da tradurre in una realistica politica di interesse nazionale. Si tratta di potenzialità della crisi la cui attuazione richiede di uscire fuori dell’inerzia dei vecchi schemi e dall’immaturità delle nuove visioni. Se questa paralisi della sovrastruttura politica sarà superata, la preistoria del Sud finirà, e l’intera nazione potrà dare il suo contributo alla corrente principale della storia. Altrimenti…

 

  1. G. Coco, C. De Vincenti (a cura di), Una questione nazionale. Il Mezzogiorno da «problema» a «opportunità», Bologna, il Mulino, 2020. []

L’Europa salvata dai non europei

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I segnali di una contro-offensiva del Sud contro il Nord si moltiplicano, e ormai non siamo più agli istrionismi del deputato in Parlamento o del presidente di regione particolarmente versato nell’arte del cabaret. Importanti giornali della capitale schierano i loro editorialisti, con l’accusa al Lombardo-Veneto di egoismo territoriale per la ritardata chiusura in marzo che avrebbe addirittura attentato al PIL nazionale, e le Università meridionali stanziano fondi per contributi e tagli di tasse agli studenti che volessero rientrare e proseguire gli studi nelle loro terre di origine. Qualcosa è saltato, ma tutto accade in ordine sparso, senza un’organizzazione, un programma, un’ideologia. Il coronavirus ha preso alla sprovvista, e non basta certo il borbonismo per compensare un’assenza pluridecennale di elaborazione culturale intorno al Mezzogiorno e a un paese rifondato sul Mezzogiorno. Lo scontro perciò scade come al solito sull’onestà, il familismo e l’ostia sacra degli sghèi, scaramucce che consentono al “sistema Roma” di restare agganciato al “vincolo esterno” con il quale salva se stesso e un’idea di interesse nazionale che si concretizza nel restare abbarbicati al tavolo del grande gioco europeo pena la rovina. A questo cinico pessimismo si assoggettano ormai tutte le forze politiche che emergono dal magma sociale, e adesso è il turno dell’agglomerato PD-M5S con a capo l’avvocato Conte, un Kerensky con la fortuna di non avere un Lenin che gli morda le chiappe. La situazione è infatti rivoluzionaria ma come può esserlo nell’Europa del 2020, con la truppa sfatta dagli ozi di Capua e lo stato maggiore passato da tempo al nemico. Su tutto cola la vernice omogeneizzante dell’europeismo, quell’ideologia per dirla seriosamente in cui l’autocoscienza dell’individuo ha per propria forma e contenuto l’autocoscienza germanica. In ciò non vi è nulla di etnico, ma vi è implicata la sfera elevata della religione e dello spirito. In questa ideologia, infatti, il denaro non sta fuori dell’individuo, come nel cattolicesimo dove Dio è presentato nell’ostia come cosa esterna, ma è interno a lui, come nel protestantesimo in cui l’ostia è consacrata a Dio nella sua fruizione fondando così la certezza e libertà della fede. Come gli italiani, ancora oggi come abbiamo visto così devoti alla sacralità esteriore degli sghèi, si siano potuti acconciare a questa riforma teologica è cosa che la storiografia dovrà chiarire, più che nel capitolo della religione della merce in quell’altro che attiene al mantenimento del potere da parte della classe dominante costi quel che costi. Eppure l’Europa non è sempre stata questa chiesa gotica dove organi automatici barriscono note di bilancio nella notte del pareggio finanziario. Quando Lenin lanciò la NEP, ai contadini russi spiegò che non dovevano commerciare all’asiatica, ma all’europea, cioè come dei «mercanti colti», in possesso di un’istruzione elementare generale, in grado di comprendere i problemi, capaci di servirsi dei libri, e tutto ciò su una base materiale che facesse da garanzia per l’acquisizione e il mantenimento di una tale cultura. L’URSS è caduta, ma che è rimasto del modo europeo colto di commerciare? Tutti gli indici rilevati da osservatori obiettivi dicono che non solo esiste un diffuso analfabetismo funzionale, ma addirittura si sta tornando a un drammatico analfabetismo primario, senza contare l’arretramento nel grado sufficiente di comprensione dei problemi, per non parlare della incapacità di servirsi dei libri. Si sono sviluppate certo altre abilità, come la produzione di mini-testi richiesti dai social che tanto si prestano alla produzione compulsiva di opinioni, ovvero a quell’“odio” in rete che tanti moralisti deprecano, senza chiedersi quale sia la sua base materiale, ovvero quel modo di produzione mondiale dove non conta più l’aggettivo “europeo” ma solo il sostantivo “capitalismo”. Nel mentre dunque l’europeismo trionfa nel cielo della teologia economica, si completa la distruzione materiale del modo di commerciare all’europea. Un paradosso che forse solo i cubani o i venezuelani, contro cui i teologi asserragliati nel Parlamento di Strasburgo lanciano anatemi per sacrilegio contro la “democrazia”, o i neri e gli ispanici d’America, che altrettanto li inquietano quando li vedono in pose poco remissive armati di mitraglietta, potranno sciogliere se risulteranno vincitori nella loro lotta per quel modo di commerciare europeo, tanto ammirato da Lenin, che gli europei non hanno saputo preservare.

Cose turche

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In un suo recente intervento su quanto sta emergendo dalle intercettazioni del cellulare del magistrato Palamara, Giuseppe Buttà, insigne storico americanista delle dottrine politiche, dopo avere evidenziato le ambiguità connesse alla carica di Presidente del Consiglio superiore della magistratura che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica, e dopo avere stigmatizzato sia le “timidezze” dell’attuale Presidente Mattarella nel farsi promotore di una riforma di tale organismo, sia la strumentalizzazione politica delle loro cariche da parte di alti magistrati, così conclude: «Siamo tutti montesquieuviani! Ma, di fronte alla torsione politica di una parte della magistratura, ci permettiamo di dubitare che soltanto lo stato assoluto o quello totalitario o, in Italia, soltanto il fascismo possano interferire con il potere giudiziario: anche nell’Italia repubblicana abbiamo visto dispiegarsi una strategia di occupazione della magistratura in atto almeno dai tempi del Togliatti guardasigilli». Ma proprio perché siamo tutti montesquieuviani si sarebbe potuto risalire molto più indietro, e riferirsi a quelle situazioni che lo stesso Montesquieu aveva già notato quando, dopo avere osservato che tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse i tre poteri di fare le leggi, di eseguire le risoluzioni pubbliche e di giudicare i delitti o le controversie tra i privati, così scriveva: «Nella maggior parte dei regni dell’Europa il governo è moderato, perché il principe, che detiene i due primi poteri, lascia ai suoi sudditi l’esercizio del terzo. Presso i Turchi, dove questi tre poteri sono riuniti nella persona del sultano, regna uno spaventoso dispotismo. Nelle repubbliche italiane, dove questi tre poteri sono riuniti, la libertà si trova in misura minore che nelle nostre monarchie. Così il governo ha bisogno, per mantenersi, di mezzi altrettanto violenti di quelli del governo dei Turchi: lo dimostrano gli inquisitori di Stato e la cassetta dove ogni delatore può, in qualsiasi momento, gettare con un biglietto la sua accusa» (Lo spirito delle leggi, Libro XI, Capitolo VI). Cose turche, dunque, in Italia non da ora accadono, solo forse alla cassetta del delatore si è sostituito il trojan del cellulare. Ma continuiamo a leggere Montesquieu, il quale non contento di avere così foscamente accostate le ridenti repubbliche d’Italia al cupo dispotismo ottomano, così conclude: «Considerate quale possa essere la situazione di un cittadino in queste repubbliche. Lo stesso corpo di magistratura detiene, come esecutore delle leggi, tutto il potere che si è conferito come legislatore. Può quindi devastare lo Stato con le sue volontà generali, e, siccome detiene anche il potere giudiziario, può distruggere qualunque cittadino con le sue volontà particolari. Tutto il potere vi è riunito; e, sebbene non vi sia alcuna pompa esteriore che riveli un principe dispotico, lo si avverte in ogni istante» (Ibidem). Oggi, anche grazie alla tanto contestata Repubblica retta dalla Costituzione del 1948, l’articolazione dei poteri è più rispondente al modello montesquieuviano, ma senza dubbio resta forte la possibilità di “devastare lo Stato” da parte non certo solo della magistratura in senso stretto, ma anche dell’élite in senso ampio di governo, che si riproduce immutata come coacervo di fazioni che piegano ai propri fini particolari i poteri formali, siano essi quelli del legislativo, dell’esecutivo o del giudiziario, per non parlare poi di quello mediatico nel frattempo intervenuto. Se si resta a Montesquieu, il perché questo accada rimarrebbe un enigma, da sciogliere magari con una malcerta teoria del clima. Ma, piaccia o no, il materialismo storico ci ha reso edotti del fatto che la mancata o insufficiente articolazione dei poteri è un effetto dell’asfittico sviluppo nella Penisola dell’organismo capitalistico-borghese rispetto alle altre contrade d’Europa, in cui da tempo per altro il virtuoso modello montesquieuviano è stato stravolto dalla teratologia cui è andato incontro nel suo lento ma inesorabile declino il suddetto organismo capitalistico-borghese, ormai divenuto una caotica macchina produttiva mondiale scossa da crisi che solo una pervicace raffigurazione apologetica può continuare a descrivere come “distruzioni creatrici”. E se si vuole un esempio di tale sconvolgimento dei poteri basta riferirsi a quanto accaduto in Germania con la sentenza di Karlsruhe, in cui il potere giudiziario, sebbene in un ambito di diritto pubblico quale il diritto costituzionale, per respingere l’intrusione di un potere giudiziario di pari rango ma esterno, ovvero la Corte di giustiza europea, intima al potere legislativo e a quello esecutivo interni di recedere da determinate scelte di politica economico-finanziaria – leggi: adesione, per altro interessata, al Quantitative easing della Banca centrale europea – perché non conformi alla Carta fondamentale della Repubblica (prevalenza del diritto interno) e perché in violazione del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (criterio di proporzionalità). Ecco dunque il potere giudiziario tedesco azzannare con quelle due “finzioni” quello europeo e il medesimo potere di fatto annullare la variabilità intrinseca della rappresentanza politica, subordinandola in eterno all’obiettivo del tasso dell’inflazione al due per cento fissato a sua volta dai trattati europei, e tutto ciò grazie ad una misteriosa sostanza giuridica depositatasi in tali trattati di cui i giudici, senza smentire il proprio ruolo, non possono che essere gli arcigni guardiani. E, se ci si riflette, questa sentenza è nella sua logica uguale alla modifica dell’articolo 81 della Costituzione italiana che, qualche anno fa, introdusse l’obbligo del pareggio di bilancio, ovvero una scelta di politica economica che viene consacrata a norma inviolabile – come se, negli anni della Destra storica, Quintino Sella avesse preteso di iscrivere la sua tassa sul macinato nello Statuto albertino. Solo che, mentre la riforma italiana introietta i dettami di Bruxelles, la sentenza tedesca proietta su Bruxelles i dettami di Berlino. Che dire, quella di oggi, non in Italia ma in Europa, non è forse la dittatura, non di Togliatti, bensì di una borghesia che, sotto le insegne della nazione germanica, chiama a raccolta tutte le sue frazioni sparse per il continente, e non ha timore di mostrarsi nella sua cruda materialità? Laddove l’unica emendazione da farsi è sulla parola “borghesia”, nel frattempo scomparsa come ceto a favore di un coacervo di fazioni, pantografato alla dimensione dei monopoli, oligopoli e cricche finanziarie dominanti, divenuto la caratteristica non più delle repubbliche d’Italia, ma dell’intero pianeta “globalizzato”.

Ordine del giorno

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Scienza incerta, politica litigiosa, intellettuali bizantini, gente comune insofferente e indisciplinata. Questo il cacoeidoscopio della catastrofe italiana, dove solo un caso miracoloso sembra impedire che la pandemia dilaghi in tutto il paese, anche se è difficile ripetere altrove gli errori sanitari in cui sono incorsi in certe valli lombarde. Molto si è detto e scritto sulla fallimentare sanità di quella regione, e non è il caso di insistervi di fronte alle migliaia di morti che lì si sono dovute registrare. Pietà per chi non c’è più e per chi piange i propri cari. Ma questo dolore che accomuna non può impedire una riflessione che riporti la tragedia in atto a ciò che l’ha preceduta, a ciò che sta cambiando, a ciò che accadrà. Vengono subito in mente i versi che evidentemente non trascorreranno mai, poiché il poeta dovette cogliervi l’essenza della nazione: Ahi, serva Italia, di dolore ostello. Il paese giace in terra tramortito, e su di esso svolazza ogni specie di rapaci. Nave sanza nocchiere in gran tempesta. Chi inopinatamente si trova alla sua guida, gonfia il petto e si erge in pose eroiche, ma subito ricade sotto il peso della sua debolezza, travolto dall’immane avversità. Non donna di provincie, ma bordello! Sbarcano contingenti militari, atterrano aiuti sanitari, vengono emessi decreti presidenziali: non vi abbandoneremo. Questa striscia di terra protesa su un mare dove si concentra la storia del mondo è ancora troppo preziosa perché qualcuno possa accettare di perderla, e qualcun altro non possa tentare di impadronirsene. Le profferte si susseguono, gli aiuti interessati, gli ammiccamenti, le lusinghe. È il gioco diplomatico? No, è il bordello! Come ci siamo potuti ridurre di nuovo al bordello? Diciamoci la verità, è da un secolo che non ne azzecchiamo una. La venuta all’onor del mondo moderno era stata un parto di astuzia, ma la nave era stata varata, e pur beccheggiando, solcava i mari. Era un piccolo capitalismo, tutto concentrato a settentrione, da cui però poteva venir fuori qualcosa di originale. E questo parve poter accadere subito dopo la Grande Guerra, quando le energie degli operai e dei contadini si riversarono nelle esangui istituzioni liberali. Quel piccolo capitalismo, la cui egemonia puntellava il dominio dell’arretratezza nella vasta campagna meridionale e non, si ritrasse torvo nella sua ridotta del Nord, dove incubò sotto la corazza autoritaria di un nazionalismo antisemita, la cui disfatta causò la perdita sostanziale della sovranità nazionale. La Resistenza, le lotte contadine degli anni Cinquanta, il ventennio felice dello sviluppo economico, le lotte operaie degli anni Settanta, erano ciò che restava di quelle energie represse, fiammate di un gran fuoco spento, che proprio per questo loro carattere residuo, non giunsero mai a sintesi. La nazione non rinacque, anzi, quelle energie, quelle ultime fiammate, furono irrorate del più efficace schiumogeno, i tremendi anni Ottanta del privatismo elevato a religione i cui riti si celebravano in televisione: cosce, culi e cazzate. Il paese era percorso da un vitalismo sfrenato, che si presentava sotto un duplice aspetto: anelava ad una norma sadica, Mani Pulite, e con il miraggio di un “nuovo miracolo italiano” rifuggiva da ogni possibile regola. In questo bipolarismo trascorsero vent’anni, durante i quali si spalancarono tutti i gironi dell’inferno, gremiti da individui che gracidavano insulti l’un contro l’altro. La corruzione colava a fiotti dall’alto, e risaliva dal basso portando in alto maschere sempre più grottesche. A un certo punto, suonò la campana della “crisi economica”, che in realtà era il rendiconto finale per un popolo che si era ridotto a essere un mero, senescente raggruppamento demografico. Il paese, a quel punto, sfatto di vizi, aveva bisogno di una badante, e si pagò anche quella, nelle vesti di un comico che rinverdiva la retorica hitleriana. Dove siamo ora, nella gran tempesta? Come chi arriva all’ultima tappa dell’azzardo, si tentano mille piroette, ma senza uno straccio di idea, che non sia l’Europa. Lì per gli uni si concentra la salvezza, lì per gli altri sta il servaggio prossimo venturo. Non c’è un tempo, né un luogo dove si possa e voglia ridiscutere il tutto. Eppure, i punti all’ordine del giorno non mancherebbero. Possono ancora gli “uomini del denaro” del Nord continuare a proporsi come l’avanguardia morale del paese? Può il “capitalismo esportatore” continuare a essere il destino di questo paese? Possono ancora i “moderati” di destra, di centro e di sinistra continuare a pretendere di poter dirigere questo paese? Può il Sud continuare a vivere come un corpo senz’anima? Può il paese continuare ad affidarsi a un sistema di alleanze internazionali che sopravvive a se stesso? Attaccati a un respiratore artificiale, è difficile ripensare tutto daccapo, ma se non ora, quando?

Capitalismcoronavirus

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Il coronavirus è una guerra biologica, scatenata non da un esercito straniero, ma dall’economia in atto che ne propizia l’incubazione e la diffusione. Nei primi venti anni di questo secolo è la quinta o sesta guerra che tale economia scatena contro il resto della società1. Si chiamano pandemie, come se all’improvviso la natura irrompesse incontrollata contro l’organismo sano della società, ma in realtà si tratta di una natura che quell’economia ha asservito, potenziandone i meccanismi pro domo sua. In una recente analisi che compara gli effetti economici dell’epidemia della spagnola del 1918-1920 con quelli già prevedibili dell’attuale epidemia di coronavirus, si legge quanto segue: «oggi l’economia globale ha poche prospettive e la sua produttività rallenta inesorabilmente. La crescita è supportata solo da bolle tecnologiche e finanziarie che diventano ogni giorno più fragili. Un solo granello di sabbia può far crollare questo castello di carte. La sola risposta delle autorità oggi è la stessa data per le crisi del 2008 e del 2012: ricorrere alla politica monetaria per evitare lo scoppio delle bolle. Misura diventata per lo più inefficace. È proprio questo il paradosso dell’epoca che viviamo: a differenza del 1918, oggi non c’è una situazione di caos economico generalizzato, ma di lenta ed inesorabile decelerazione. Ciò rende l’economia molto più sensibile agli attacchi esterni, come può esserlo una pandemia, e, tramite i mercati finanziari, ai timori che li accompagnano».2. Tre sono gli elementi interessanti di questa analisi: la messa in evidenza di una lenta e inesorabile decelerazione dell’economia globale; la presenza delle bolle speculative tecnologico-finanziarie; le pandemie. Vero è che le pandemie vengono ancora considerate erroneamente “attacchi esterni”, ma viene correttamente evidenziato il fatto che le bolle tecnologico-finanziarie servono a rivitalizzare un’economia in lenta ed inesorabile decelerazione. Tali bolle hanno bisogno del livello di integrazione globale, il quale però con i suoi vertiginosi scambi di merci e di individui al servizio delle merci induce le pandemie (un contagiato che impiega un giorno per passare da un punto all’altro del pianeta, è una bomba vivente). Ecco, dunque, perché le pandemie non sono la natura matrigna che si rivolta contro la società civilizzata, bensì l’effetto indiretto e inevitabile della natura che tale economia globale assoggetta sempre più per poter scongiurare il proprio declino. Questo ciclo di agonia che si alimenta di morte per poter allontanare il proprio decesso finale ha un nome ben preciso, e si chiama caduta tendenziale del saggio di profitto, insita in quel modo di produzione che ha anch’esso un nome altrettanto ben preciso, capitalismo3. Il coronavirus, all’apparenza malvagio quanto può esserlo un individuo bastardo, è in realtà un figlio legittimo del capitalismo, è un capitalismcoronavirus. Contrariamente a quanto auspicano molti moralisti, dal capitalismcoronavirus non scaturirà nessun avanzamento sociale, poiché esso, come tutti gli “attacchi esterni” di una natura asservita dal modo di produzione capitalistico, è forza bruta che ispira paura e terrore. Sentimenti quanto mai propizi per esercitare sul tutto sociale una maggiore e più efficace costrizione, funzionale al modo di produzione che causa gli “attacchi esterni”. La fuoriuscita dal capitalismcoronavirus non consisterà perciò in una riduzione delle diseguaglianze, in un ampliamento dell’area del consenso, in una maggiore estensione dei rapporti sociali non alienati. Al contrario, il capitalismcoronavirus accentuerà il feticismo di tali rapporti, e le contraddizioni che ne deriveranno saranno provvisoriamente governate con ulteriori bolle finanziarie e tecnologiche. Riguardo a queste ultime, ha già tratto rinnovato vigore la deriva informatica, con il cogente argomento della necessità igienico-sanitaria di sospendere il livello fisico dei rapporti sociali, come se la digitalizzazione di tali rapporti, dal lavoro all’insegnamento all’amministrazione statale, fosse uno strumento neutro, e non invece un potente fattore di accrescimento della “servitù volontaria” insita nell’egemonia del modo di produzione in atto. Il capitalismcoronavirus ripropone perciò alle forze contro-egemoniche, per quanto disperse e deboli oggi siano, il compito immane ma indifferibile di riportare i rapporti sociali ad un livello in cui il tutto sociale non assoggetti più la natura per scongiurare la propria morte, bensì ne liberi le energie per promuovere la reciproca coesistenza.

  1. Giuseppe Ippolito, Enrico Girardi, Cristiana Pulcinelli, Malattie infettive emergenti, http://www.treccani.it/enciclopedia/malattie-infettive-emergenti_%28XXI-Secolo%29/ []
  2. R. Godin, Strage del 1918: cosa ci insegna l’epidemia della spagnola, «Il Fatto Quotidiano», 9 marzo 20220, pp. 13-14 []
  3. https://www.duemilaventi.net/il-capitalismo-e-i-suoi-nemici/ []