Politica

Cent’anni di PCI

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Quando il PCI nacque, cent’anni di solitudine fa, aveva già al suo interno le due tendenze che ne hanno segnato il corso ovvero l’astrattismo di Bordiga e il concretismo di Gramsci, fra cui oscillavano le diverse individualità di un composito gruppo dirigente da cui nel lungo periodo emergerà Togliatti. Astrattismo e concretismo sono termini dello stesso Bordiga, grande dirigente politico e grande teorico marxista1. L’astrattismo comportava un partito che, ancorato in una visione radicalmente immanentistica del cosmo, dell’uomo e della storia, aveva come scopo di realizzare il fine di una rivoluzione che trasferisse il potere, non nella fabbrica, ma nello Stato, dai proprietari dei mezzi di produzione agli autentici lavoratori. Questo comportava un’azione armata («assalto a Questure e Prefetture») il cui carattere non rivoltoso ma rivoluzionario sarebbe dovuto derivare dal contesto mondiale, come era accaduto in Russia. Corollario di tale astrattismo era il rifiuto totale del parlamentarismo, «potenza storica borghese» la cui accettazione comportava la deviazione opportunistica dal fine supremo della rivoluzione. Con tale visione, il concretismo di Gramsci condivideva il radicale immanentismo, nonché il fine rivoluzionario di un mutamento di potere nella struttura, da conseguirsi però nella fabbrica e di riflesso nella società civile, attraverso un partito i cui intellettuali organici avrebbero dovuto fluidificare il momento di forza insito nel rovesciamento dei rapporti di produzione. La prospettiva di Bordiga di un’armata politica che si coordina con quella degli altri fronti nazionali verso il fine mondiale della rivoluzione sfiorì quasi subito, e intervenne il periodo dell’espulsione dal partito, del confino ad opera del fascismo, del ritiro a vita privata. A liberazione avvenuta, il suo astrattismo, benché a volte apparisse un talmud della rivoluzione, diede il meglio di sé nell’analisi teorica. E non ci si riferisce qui tanto ai suoi aspetti polemici, dall’analisi del carattere capitalistico dell’URSS alla denuncia dell’equivoco dell’antifascismo, ma alla delineazione di un marxismo anti-produttivistico quale critica di un capitalismo tanto più popolare e affluente, quanto più oligarchico e immiserente. Ma, ripetiamolo, ciò non era più azione politica, se non nella forma di una critica “metafisica” della realtà sociale capitalistica, di cui solo oggi si può cominciare ad apprezzare l’attualità. Più insidiosa era invece l’azione di Gramsci, il cui concretismo rimandava all’infinito lo scontro armato nel frattempo che, combinando azione strutturale e sovrastrutturale, aveva l’ambizione di trasformare l’intero organismo sociale. Era una guerra di movimento travestita da guerra di trincea. Egli andava dunque fermato, imputandogli proprio ciò che rifiutava, ovvero l’azione bruta volta a sovvertire violentemente i poteri dello Stato. L’ultimo suo atto politico è l’indicazione dell’Assemblea costituente, in linea con la sua trasfigurazione della forza militare in capacità di assimilazione della controparte per il conseguimento del proprio fine rivoluzionario. La sua morte e i cambiamenti intervenuti con la Seconda guerra mondiale determinano il secondo tempo di questo concretismo, alla cui testa si pone Togliatti. Ma i cambiamenti che egli apporta sono decisivi. Anzitutto viene depotenziata la concezione radicalmente immanentistica con cui salvaguardare la purezza del fine rivoluzionario. In secondo luogo, il parlamentarismo da strumento tattico diviene il terreno d’elezione in cui produrre il cambiamento di potere nella struttura. In terzo luogo, il partito diviene una massa organizzata la cui azione rivoluzionaria si scarica però nel gioco elettorale. Di qui il sorgere di formule politiche quali l’attuazione del contenuto “avanzato” della Costituzione, la democrazia progressiva, le riforme di struttura, il dialogo con i cattolici democratici. L’illusione è di poter erodere progressivamente la controparte ma di fatto ci si impantana in un immobilismo in cui è la controparte che erode progressivamente il partito. Giungiamo così agli anni Settanta, quando Berlinguer tenta in due modi di divincolarsi dalle ristrettezze del concretismo che ha ereditato. Anzitutto propone il “compromesso storico” quale rivitalizzazione delle formule politiche togliattiane. Il successo elettorale del 1976 acuisce però la contraddizione politica, poiché rende ancora più sospettosa la controparte del pericolo di essere assimilata e subordinata al fine, per altro perseguito in maniera sempre più nebulosa, del cambio di potere nella struttura. La chiusura di questa prospettiva, simboleggiata dalla torbida uccisione di Aldo Moro, induce Berlinguer a una cauta e sfumata ripresa dell’astrattismo originario, puntando sulla “diversità comunista” che, rinnovando il legame con i lavoratori (vicinanza agli operai della Fiat, referendum sulla scala mobile), ingloba fenomeni nuovi come il femminismo, l’ecologismo e, sotto le spoglie della “questione morale”, un antipartitismo che non giunge mai al rifiuto del parlamentarismo ma è utile a marcare le distanze tra il partito che comunque dà a vedere di essere ancora il vero erede della rivoluzione e gli altri partiti ormai non più borghesi ma comunque corrotti. La morte improvvisa non consente a Berlinguer di sviluppare questo “ritorno alle origini” e, abbandonata ogni ipotesi di “terza via”, prende invece il sopravvento, favorito dal crollo internazionale del movimento operaio in tutte le sue componenti, un concretismo politicistico ammantato di realismo che fa piazza pulita di ogni residuo rivoluzionario e si concentra sull’esito più scontato del parlamentarismo, ovvero la conquista del governo con cui gestire le compatibilità di un sistema fissate altrove e di cui, nella migliore delle ipotesi, ci si illude di lenire gli effetti socialmente più insostenibili. Cessato così il PCI, la sinistra è da trent’anni un edificio disabitato che rissosi eredi non riescono a spartirsi. Ma il fatto che il PCI abbia occupato in passato gli spazi maggiori di tale edificio non dà alcun titolo alle sigle succedutesi sulla sua salma, Pds, Ds, PD, di pretendere di essere la sinistra. Tali divenienze da un’essenza ormai essiccata sono invece degli ingombri che da un lato forniscono agli avversari l’alibi per confrontarsi con una sinistra che tacciano di “comunismo” quando fa loro comodo, dall’altro impediscono il riformarsi di una sinistra che riprenda il nucleo scientifico del suo programma storico, cioè la critica del valore e di tutte le categorie economiche e sociali che da esso derivano. Certo, nella situazione odierna appare titanico il compito di forgiare conseguentemente il partito come un’organizzazione che non è determinata ma determina il suo riferimento sociale, ma davvero troppo insulsa si è dimostrata l’idea di un partito permeato dalla società civile per non desiderare di andare in qualche modo nella direzione opposta di un minimo di delimitazione, anche perché sembra essere il solo modo per tradurre in pratica una scelta ideologica che, nell’incipiente disfarsi degli attuali equilibri internazionali, appare non più rinviabile, ovvero che fare tra l’irreversibile declino del decrepito mondo cristiano-capitalistico-borghese e l’incedere apparentemente inarrestabile dell’ambiguo mondo confuciano sino-asiatico. Le formulette sull’Europa sono buone per scaldarsi il cuore davanti al camino spento di casa e d’altra parte non si vedono all’orizzonte giganti in grado di caricarsi sulle spalle l’impresa di un compimento della rivoluzione in Occidente. Ma questa che prima è stata un’incerta previsione storica e poi è divenuta uno spettro da combattere con ogni mezzo appare ogni giorno che passa come la sola via per sottrarre non solo l’Occidente ma gli stessi popoli d’Oriente a lunghi decenni avvenire di una nuova e più opprimente “libera schiavitù”.

  1. http://www.fondazionebordiga.org/testi/intervista.html []

Democrazia e benessere

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Mentre continua la sfrenata concorrenza tra Pfizer, il cui vaccino anti-Covid è magnificato dai mezzi di disinformazione di massa, e Astrazeneca, il cui vaccino è denigrato forse perché, secondo il sospetto di molti, non costa abbastanza caro, lo Sputnik russo e i vaccini cinesi, per non parlare di quelli cubani in fase di avanzata sperimentazione, ridicolizzano la famelica voracità di codeste compagnie delle buone opere cui è affidato il benessere delle democrazie occidentali e del mondo intero. Benessere è il valore che, nel nuovo corso di Biden, deve legittimare la democrazia nella sua sfida alle autocrazie, il nuovo campo avverso che nella politica estera statunitense ha preso il posto dei fantasmi del passato. L’assunto di base è che il mondo ha ormai un’unica costituzione economica, il cui sviluppo ininterrotto deve essere assicurato dal gioco di cooperazione e competizione le cui redini siano tenute saldamente in mano dall’Occidente e dalla sua spina dorsale, l’America, che, dopo la sbandata trumpiana, è finalmente ritornata in forze1. Il conflitto riguarda quindi solo la sfera politica, mentre tutto il resto è fissato per sempre. Quanto sia illusoria questa tesi è dimostrato anzitutto dall’incapacità di tale costituzione economica di assicurare, nel pieno della più grande epidemia della storia moderna, non tanto il benessere ma anche solo la salute della popolazione dell’Occidente capitalistico, per non parlare di quella mondiale. La sfrenata concorrenza tra i monopoli farmaceutici cui si accennava all’inizio impedisce, infatti, l’ottimale produzione e distribuzione di farmaci e vaccini, e anzi dà luogo ad accaparramenti che evidenziano ancor più le rivalità e le divisioni interne del fronte occidentale. In secondo luogo, la forma tutta politica del conflitto è resa al momento possibile da una dittatura finanziaria mondiale necessaria alla riproduzione del capitale, la cui conseguenza è la crescita dei conflitti intercapitalistici, la polverizzazione del lavoro e la distruzione di quel ceto medio che il nuovo corso di Biden intenderebbe ricreare. Una situazione tecnicamente “fascista”, che non si tramuta come negli anni Trenta del secolo scorso in aperta dittatura politica solo perché il fascismo, sfrondato dei suoi storici addobbi simbolici, permea occultamente con la sua essenza autoritaria un gioco parlamentare asfittico e corrotto, come dimostra il caso italiano, dove nella recente crisi di governo pur di non andare alle urne si è preferita una maggioranza ancora più eterogenea della precedente, sicuro viatico di paralisi e fallimento. Il risultato di queste sottrazioni di volontà popolare, di un popolo per altro annebbiato nelle sue capacità di scelta da decenni di ottundimento del conflitto sociale, è che la democrazia si tramuta in un’anarchia plutocratica, aggravata dal fatto assai urticante per i democratici che, in determinati momenti, come la attuale pandemia, le autocrazie non solo si rivelano più efficienti nell’assicurare quanto meno la salute alle loro popolazioni, ma sono più convenienti della democrazia per le nazioni ai margini dello sviluppo capitalistico, che oggi si rivolgono a loro nella lotta contro la pandemia, e domani, chissà, anche per il modello di organizzazione sociale. Così, la legittimità della democrazia frana e le autocrazie possono proporsi al mondo come nuove e benigne potenze egemoni. Purtroppo, per il loro passato che ha ripreso il sopravvento su negazioni troppo “illuministiche”, questa nuova egemonia non potrà che realizzarsi come una “feudalizzazione” economica, poco importa che prenda il sembiante di un insieme di “mondi a parte” o di una “armonia” mondiale. Perciò, per evitare un tale “nuovo medioevo”, l’Occidente, contrariamente a ciò che ritengono i democratici alla Biden, deve tornare a parlare al mondo non restaurando un benessere già sperimentato nella forma di una ormai insostenibile vita affluente incarnata dalla sua defunta classe media, ma in nome di una critica finalmente pratica di quella struttura economica capitalistica che le autocrazie non esitano a far propria in maniera reazionaria e che imprigiona l’Occidente stesso rendendolo debole e inviso.

 

  1. Cfr. il discorso di Biden alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza (https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2021/02/19/remarks-by-president-biden-at-the-2021-virtual-munich-security-conference/), che appare in linea con il senso delle proposte di un recente rapporto Carnegie (https://carnegieendowment.org/2020/09/23/making-u.s.-foreign-policy-work-better-for-middle-class-pub-82728). []

L’ambigua virtù del capitalismo immacolato

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Mario Draghi è l’argomento del giorno. Il suo «whatever it takes» è proverbiale. Nei talk show, giovani e meno giovani lo ripetono voluttuosamente fra una lepidezza e l’altra. Tre paroline che sono servite a salvare l’euro. La forza magica del linguaggio. Ma Draghi non è un mago. Di lui si esalta il pragmatismo. Se l’Italia sta per fallire, le scrive una letterina e il governo, da Berlusconi a Monti, cambia la tarantella napolitana. Se l’Europa stenta a trovare l’accordo, lui inventa il Fiscal compact. Se l’euro scricchiola, lui ammonisce i mercati. Non ha ideologie. Risolve le situazioni. Quando nel marzo scorso è scoppiata la pandemia, il Financial Times gli ha chiesto cosa si sarebbe dovuto fare secondo lui per combatterla. Lui ha scritto un meraviglioso articolo asciutto e vigoroso che lo sta portando dritto a Palazzo Chigi1. Fare debito buono ed evitare quello cattivo. Come il colesterolo. Ma la penna è traditrice. Intanto, Draghi ha chiarito che, si tratti di multinazionali o di piccole e medie imprese oppure di imprenditori autonomi, bisogna salvare tutti. Ecco cos’è il pragmatismo. Un altro avrebbe detto: il capitalismo bisogna salvarlo tutto. Capitalismo, che astrazione indeterminata! Invece, in quel piccolo elenco c’è tutta la concretezza della vita moderna che si stringe a coorte. Siam pronti alla morte. Ma chi deve salvare tutte quelle particolarità da cui sgorga la ricchezza delle nazioni? Dice Draghi: «il ruolo appropriato dello Stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire». Che lo Stato vi protegga, citoyens! Forse che la Gloriosa Rivoluzione non l’abbiamo fatta per infondere un’anima politica al crasso bourgeois? Ma lo Stato, dice Draghi, deve proteggere non solo i cittadini ma anche «l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa». Economia e teologia. L’economia, cioè il settore privato, non ha colpa. E cos’è la colpa? Risponde Draghi: «gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima». Anzitutto, «perdita di reddito»: perché chiamare reddito i profitti? Populismo dal sen sfuggito? Che abbia ragione l’elevato Buffone a dire che Draghi è un grillino? Ma, cosa più importante, quando gli sconvolgimenti sono ciclici, dice Draghi, c’è colpa. Perciò, si può strangolare la Grecia, e dormire sonni tranquilli, perché lì è il ciclo che assegna premi e punizioni. Fuori dal ciclo, il settore privato, cioè l’economia, non ha colpe. Quindi, se il ciclo lo comanda, il settore privato può fagocitare il settore pubblico, il quale, in quanto Stato, esiste e serve a sorreggere il settore privato quando è fuori dal ciclo e quando il ciclo lo comanda. 1993: il ciclo comandava di dismettere il settore pubblico e, Draghi era lì, fu fatto. Così le Partecipazioni statali, con i loro abomini ma anche con le loro immense ricchezze, sparirono. 2020: causa pandemia, il settore privato è fuori dal ciclo, e il settore pubblico, ovvero lo Stato, è chiamato a salvarlo. Dice infatti Draghi: «l’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni». È bello il pragmatismo. Il mondo è sottosopra, ma il pragmatico casca sempre in piedi. Così tutti hanno l’impressione che il mondo alla rovescia in cui vivono non solo è giusto, ma è l’unico possibile. Ma cosa vuol dire esattamente essere fuori dal ciclo? Tutti gli Stati, dice Draghi, «hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre, il più significativo precedente della crisi in atto, si finanziavano attingendo al debito pubblico». Guerre e pandemie, ecco cosa vuol dire essere fuori dal ciclo e quindi non avere colpa. Draghi poteva dire: pandemie e catastrofi naturali. No, ha detto guerre e pandemie. Con gli spettri non si scherza. Hanno una loro vita propria, e neanche Draghi riesce a tenerli a bada. Dunque, la guerra è un fuori ciclo, un esterno che colpisce l’interno. E la pandemia, che pure sarebbe un esterno, un virus fa parte della natura, è paragonata a un falso esterno, la guerra, che invece è un interno, perché non s’è mai visto sinora un esercito di extraterrestri che muove guerra al pianeta terra, mentre più volte si sono visti eserciti di terricoli che si combattono per estendere flussi di merci. Come si vede, non è vero che un onesto e capace funzionario del capitale non ha ideologia. Ha invece l’ideologia dell’economia, cioè di quel settore privato che ha colpe se è nel ciclo, non ha colpe se è fuori ciclo. È nel ciclo quando l’economia gira, il settore pubblico vegeta e lo Stato sta a guardare. È fuori dal ciclo quando la politica sotto forma di guerra o di pandemia turba e sconvolge il succedersi dei cicli, cioè di quelle meravigliose “distruzioni creatrici” che chiamiamo “crisi”. Che la pandemia sia come una guerra, l’ha detto Draghi, e ha ragione. I virus non circolerebbero se il settore privato non li spargesse in giro per il mondo, al seguito di merci e persone che vendono merci. Alla fine, se ci pensiamo bene, il settore privato non ha mai colpa. Sì, è vero, quando è nel succedersi dei cicli, se pecca paga pegno, vedi Grecia. Ma, come i titoli azionari, sono peccati derivati, perché nel suo complesso il settore privato non porta in sé quel che si dice il peccato originale. Quello è fuori dal ciclo: guerre, pandemie, insomma lo sfondo largo della politica. La Rivoluzione avrà pure insufflato un’anima nel borghese, ma il capitale non si smentisce mai: modella il mondo, però pretende che la colpa stia fuori di sé. Il capitalismo è perciò immacolato, e Draghi ne è il figlio salvatore. Adesso, però, Draghi è stato risucchiato dalla politica che si stringe unanime attorno a lui. Lui, che come abbiamo visto è un virtuoso funzionario del capitale, sicuramente vorrà ripristinare il ciclo, con i suoi premi e le sue punizioni. Ma è sicuro che il settore privato, lasciamo stare quello che vive all’ombra del settore pubblico, ma quello che si vuole duro e puro del Veneto e della Lombardia, gradisca questa onesta lotteria? Non sempre quel mondo, che pure è valoroso, sembra essersi ispirato alla massima “vinca il migliore”. E la Lega che da sovranista si scopre all’improvviso europeista qualche sospetto lo suscita. Si apre insomma un bel gioco di specchi alla fine del quale Draghi potrebbe ascendere, giubilato, al Quirinale, con il settore privato che, avendo ripianato i debiti a scapito del settore pubblico, potrebbe riprendere la vita protetta di sempre, abbellita dalla favola del capitalismo immacolato.

 

  1. Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly, https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b. 

    Utilizzo la traduzione fattane dal sito L’Antidiplomatico, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-che_politiche_far_draghi_lo_ha_scritto_chiaramente_basta_leggere/39602_39659/ []

L’amerikano

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La crisi di governo che Renzi sta cercando con ogni mezzo di innescare è di una solare chiarezza: a Washington è caduto Trump e l’Italia va normalizzata. Il normalizzatore ovviamente è Renzi che in tutti questi anni non ha mai deflettuto dalla linea politica, economica e culturale espressa da quel Partito democratico americano depositario della teoria e della prassi del tardo imperialismo finanziario, la cui nobilitazione ideologica in termini di diritti e di politicamente corretto, ivi compreso un falso riscatto dei neri, è assicurata dalla figura profondamente conservatrice di Barack Obama. Non c’è bisogno di immaginare complotti, intrighi e patti segreti, i comportamenti politici sono tutti pubblici, sorrisi, inviti, strette di mano, abbracci, discorsi, prese di posizione, difesa dei valori, tutto a convergere verso il “progresso globale” trainato dall’“innovazione”, dalla “resilienza”, dalla “disruption” e da tutte le altre divinità che fanno corona al nulla di un mondo agonizzante il cui solo problema è di comprare tempo con dosi crescenti di corruzione di sistema e di ipocrisia dei singoli. Renzi in Italia è il mandatario di questo mondo, senza bisogno di mandato scritto, la sintonia a pelle è così esibita che acceca: perché se no quella insistenza sulla delega dei servizi segreti? Più chiaro di così, con i servizi segreti avete cercato di sgonfiare il falso Russiagate montato dai democratici per impicciare Trump, e questo ora lo pagate con gli interessi, sloggiando da Palazzo Chigi, senza contare il prezzo che dovete pagare per gli ammiccamenti alla Cina, e che dire dell’ardire che avete avuto di non accodarvi allo schiacciamento del Venezuela? È un mondo che sente, annusa, vuole la vittoria dopo lo scampato pericolo, e Renzi in quanto mandatario e per sua indole è l’uomo adatto a portare a termine l’operazione. Non è la prima volta che sulla scena politica italiana compare l’amerikano. Renzi interpreta il ruolo con le sue povere arti di ambizioso ragazzo di provincia, ma non è che dall’altra parte dell’Atlantico se la passino meglio. Un geniaccio giustappunto democratico in pieno Capitol Hill, prima dell’assalto fatale, ha declinato “amen” in “awoman”. Dettagli. Ciò che conta è portare a termine presto e subito l’operazione, e Renzi è così sicuro di ciò che deve fare da sfidare il vecchio europeista Mattarella, ingiungendogli pubblicamente di limitarsi a fare l’arbitro. Ci siamo capiti, no? Oppure, alla bisogna, potrebbe uscire dell’altro, che ne so, qualche coppola storta. Così sono gli amerikani, il coltello ben celato sotto il mantello, ma soavi, progressisti e umanitari. Ma chi l’ha detta giusta, smettendo per un attimo di rimestare la minestra, è stato il frate cuciniere Nicola Zingaretti, per il quale con una crisi di governo oggi «c’è il rischio che in Italia gli alleati di Trump tornino al potere»1. Sarebbe davvero una bella rivoltata di frittata, anche se certamente questi alleati del fu Trump non sarebbero più fegatosi e sconsiderati come sino a ieri, ma ormai ammansiti potrebbero anche loro regalare tempo al mondo che agonizza. Che ci possa essere un simile esito, però, anche solo per ipotesi, mostra che non tutto è nelle mani, come fu in passato, di chi pensa di poter continuare a comandare il mondo per un paio di eternità. Forse è l’ultima volta che c’è bisogno di un caratterista per il ruolo dell’amerikano, e non è detto che già questa volta il pubblico stia zitto e buono a sorbirsi le sue vecchie battute.

  1. https://www.corriere.it/politica/21_gennaio_12/crisi-governo-diretta-stasera-consiglio-ministri-2130-cb75ff92-54a9-11eb-89b9-d85a626b049f.shtml []

Contrappasso

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La cosa più penosa era vedere i media di tutte le tendenze esorcizzare l’evento. Non facevano più cronaca ma pronunciavano dei vade retro. E mentre scorrevano immagini che nessuno di loro aveva girato, i corrispondenti emettevano accorate previsioni su quanto ancora sarebbe potuto succedere di peggio. Diciamolo, quest’aria funesta non era ingiustificata. Era accaduto che i rappresentati avevano invaso il palco della rappresentanza e avevano scacciato in malo modo i rappresentanti. La democrazia rappresentativa non c’era più. Certamente, la dissacrazione era opera solo di una parte, e la parte restante ribolliva di rabbia, come si capiva dal “now” con cui il nuovo presidente ingiungeva al vecchio di andare in tv e porre fine allo scempio. Si badi bene, non in piazza, non fra i suoi sostenitori che erano lì a due passi e su cui pure si poteva presumere che avesse un qualche ascendente, ma in tv. Bisognava insomma ricostruire, “now”, ciò che era stato distrutto, non solo la rappresentanza, ma la rappresentazione televisiva della rappresentanza. Tuttavia, l’aria sonnolenta (è proprio così, sembra che dorma in piedi) con cui quel “now” veniva scandito faceva sorgere tanti interrogativi. Come si era arrivati a tanto? Quale sentire era stato così profondamente sfidato da infondere a quella parte di rappresentati quel coraggio sconsiderato? Beh, intanto bisognava subito etichettarla, e dare un’idea del suo abominio: estremisti di destra, neonazisti, suprematisti, complottisti, negazionisti. E in effetti per molti aspetti si trattava proprio di quell’abominio, ma non una parola però sulla politica intrigante che con patti e promesse più o meno inconfessabili forma coalizioni, compatta interessi, aggrega cordate dietro le quinte della rappresentanza, il cui copione può essere così recitato nelle forme e nei riti che tutto lavano e purificano. Al momento della formazione della nuova compagine dei ministri, non era stato infatti annunciato che il ministero dei trasporti sarebbe stato assegnato al giovane sindaco che con il suo ritiro dalla contesa presidenziale aveva favorito il raccordo attorno al vispo, ehm, Joe Biden? Era l’egemonia, bellezza, ridotta però a un minuetto di incipriati convinti di poter soffocare nel buio della sala l’egemonia maior che si gioca tra la sala e il palco e che consente al palco di rilucere solo se la sala vuole. Quegli incipriati invece, al netto di qualche fischio, davano ormai per scontato questo consenso, la democrazia non è forse la fine della storia? E invece la storia stava per rimettersi in moto, era da mesi che le sue ruote sgommavano nel fango, ma quegli azzimati continuavano a pavoneggiarsi nei loro sparati bianchi, trattando posti e cariche da cui gestire l’eternità. Certo, quante altre volte l’esasperazione per un così sfrontato disprezzo era montata, la sala aveva rumoreggiato, ondeggiato, si era scagliata contro il palco, ma la sua furia alla fine domata? Cos’era accaduto questa volta per permetterle di invadere il palco e sloggiarne gli occupanti? C’erano dei filmati che lo mostravano: da un lato poliziotti che sparavano a bruciapelo, dall’altro barriere che si aprivano, gente in divisa che faceva filtrare i dimostranti, plotoni di poliziotti che menavano pugni nell’aria e spruzzavano peperoncino con cui al massimo condire una pasta scotta. Erano gli apparati di forza divisi e squagliati di fronte a ordini ambigui – la morte per un apparato di forza. Ed ecco dunque squadernate davanti alla platea mondiale tutte le budella del potere, donde l’orrore dei media che non riuscivano a rimetterle frementi e fumiganti nella pancia squarciata da cui erano fuoriuscite. Sudamericana, proruppe ad un certo punto il corrispondente davanti a tanto spettacolo, sì, era una situazione sudamericana, come quando, ignobili assassini, nel Cile degli anni Settanta gli aerei foraggiati dai cultori della democrazia avevano bombardato il palazzo di un presidente legittimamente eletto. Ecco, ora quella oscenità, quel sacrilegio che in quel remoto paese era stato ritenuto giusto e necessario accadeva lì dove mai nessuno avrebbe immaginato che la sacra rappresentanza potesse essere violata.