Reductio Gramsci

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Radicamento nazionale contro l’internazionalismo mercatistico, socializzazione dei mezzi di produzione tramite la mediazione di una rinnovata potenza statale, previo abbandono della falsa opposizione tra destra e sinistra, antiquatamente basata su un antifascismo ridotto ormai ad alibi per sottrarsi all’impegno della lotta anticapitalistica, che invece deve essere alimentata da una rinascita dello spirito di scissione e deve avere come scopo l’ideale universalistico di un’umanità fine a se stessa. Questo il programma politico che Diego Fusaro tira dall’eredità di Gramsci, al cui pensiero dedica un suo recente libretto1. Ma qual è il Gramsci che serve per questo programma politico? Anzitutto, un Gramsci gentiliano. Grossi sbadigli per un tormentone che non finisce mai, quindi solo una breve messa a punto. Per Fusaro, i Quaderni, per quel loro sistematico dedurre l’essente dal porre soggettivo, rivelano un “gentilianesimo inconscio” che Gramsci tradirebbe con questa excusatio non petita: «Filosofia dell’atto (praxis), ma non dell’“atto puro”, ma proprio dell’“atto impuro”, cioè reale nel senso profano della parola»2. Ma dove starebbe l’excusatio? A quell’“impuro” Gramsci affida tutta la distanza che vuole mettere tra se stesso e il gentilianesimo, che al suo tempo si respirava come l’aria. E Gramsci dice pure in che consiste l’“impurità”, cioè nella “realtà nel senso profano della parola”, un realismo provocatoriamente ingenuo, che contraddice in toto il soggettivismo cui Fusaro vuole ridurre Gramsci. Nel Quaderno 29, quello sulla linguistica, Gramsci scrive che, circa l’apprendimento della lingua colta da parte della massa popolare, «nella posizione del Gentile c’è molta più politica di quanto si creda e molto reazionarismo inconscio, […] c’è tutto il reazionarismo della vecchia concezione liberale, c’è un “lasciar fare, lasciar passare” che non è giustificato, come era nel Rousseau […] dall’opposizione alla paralisi della scuola gesuitica, ma è diventato un’ideologia astratta, “astorica”»3. Come si vede, Gramsci, i suoi conti con Gentile, sia teorici che politici, li ha fatti, sostituendo una volta per tutte il vuoto divenire con la genesi storica, quale legalità del soggetto e dell’oggetto che, dopo Marx, solo un altro autore ha rivendicato con pari energia, cioè Lukács, un autore che Fusaro sicuramente conosce bene, ma di cui purtroppo – salvo un fugace cenno sull’alienazione, che avrebbe meritato ben altro approfondimento4 – non tiene conto, perché l’operazione ideologica che deve compiere, la fusione di destra e sinistra, gli sta più a cuore di una ricostruzione fedele del pensiero di Gramsci. E siamo all’altro Gramsci che serve per questa operazione ideologica, Gramsci ridotto ad elitista. Pareto sosteneva che la storia è un cimitero di élites, un rivolgimento ciclico che abbatte i vecchi governanti e innalza i nuovi5. Ed ecco come Fusaro caratterizza l’egemonia in Gramsci: «la crisi di un’egemonia si verifica allorché, pur mantenendo il proprio dominio, la classe politicamente dominante non riesce più a essere dirigente rispetto a tutte le altre classi e a imporre universalmente la propria visione del mondo. Accade, allora, che la classe dominata (a patto che non sia culturalmente subalterna), se riesce a indicare effettive soluzioni ai problemi lasciati irrisolti dalla classe dominante, può diventare dirigente e, estendendo la propria concezione del mondo anche ad altri strati sociali, può porre in essere un nuovo “blocco sociale”, vale a dire una nuova alleanza di forze sociali. In questo modo, essa può diventare egemone, andando ad occupare il posto della vecchia classe dominante e non più egemonica»6. Al netto di un certo verbiage, è esattamente il movimento ciclico descritto da Pareto7. È vero che, come Fusaro si affretta subito a precisare, la nuova classe dominante deve essere il proletariato, in seguito ad una riforma intellettuale e morale. Il movimento ciclico dovrebbe dunque approdare al compimento dell’ideale universalistico di un’umanità fine a se stessa, al quale Fusaro tanto tiene. Ma ecco come lo stesso Fusaro definisce ancora l’egemonia: «l’egemonia rappresenta il dominio culturale di un gruppo (o di una classe) che sia in grado di imporre ad altri gruppi, tramite pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista, fino a giungere alla creazione di un articolato sistema di controllo organizzato»8. È tutto ingentilito dalla cultura, ma la sostanza resta il dominio e il controllo che, appunto, un’élite esercita al posto di un’altra. Fusaro qui non mostra la minima predisposizione a comprendere che la “nuova egemonia” in Gramsci comporta la messa in discussione della coazione a ripetere del dominio, quale socialità bloccata elevata a condizione naturale9, e il motivo risulta evidente se si tiene conto che uno dei punti del suo programma politico è una rinnovata potenza statale, al nobile scopo, beninteso, di procedere alla socializzazione dei mezzi di produzione. Così, il passo in cui Gramsci prospetta un organismo sociale in cui viene superata la divisione tra dominanti e dominati10, suggerisce a Fusaro l’idea di un cambiamento in cui «i comunisti, grazie alla cultura e al ruolo degli intellettuali, allarghino il più possibile il consenso, fino a farsi gradualmente stato»11. Prepariamoci, dunque, ad un comunismo culturale di stato, in cui recitando versetti della Divina commedia e salmodiando cantilene della civiltà dei sassi, si potrà procedere alla socializzazione dei rapporti di produzione. Perché è questo, alla fine, il Gramsci che serve, cioè il Gramsci al quale non si devono porre domande, ma da cui si possono trarre formule ragionevolmente, diremmo pure, culturalmente incendiarie. Va bene, la collana è quella che è, “Eredi”, dove non si capisce se in questione è l’eredità o l’erede che la intasca. Resta che il limite di questa presentazione di Gramsci è l’assenza di categorie teoriche con cui fare interagire nel presente il suo pensiero, che non siano le tradizionali categorie storiografiche (idealismo, materialismo, fatalismo, volontarismo, crocianesimo, gentilianesimo), che l’autore ravviva con la sua vis ideologica, forgiata anch’essa con materiali filosofici provenienti da una assimilazione in corsa del canone marxista. Un universo chiuso, in cui la filosofia è interpretata con la filosofia, meglio, con la storia della filosofia, ridotta ad una sceneggiatura di filosofici furori per attori più o meno bravi di qualche avventura politica di cui il genio italico è sempre prodigo.

  1. D. Fusaro, Antonio Gramsci, Milano, Feltrinelli, 2015. Il programma politico è enunciato nel capitolo conclusivo, p. 129 sgg []
  2. A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975 = Q, 4, § 37, p. 455, cit. in D. Fusaro, Antonio Gramsci, cit., p. 83. []
  3. Q. 29, § 6, pp. 2349-50. []
  4. D. Fusaro, Antonio Gramsci,, cit., p. 67. []
  5. V. Pareto, Trattato di sociologia generale, edizione critica a cura di G. Busino, Torino, UTET, 1988, voll. 4, vol. III, § 2053. []
  6. D. Fusaro, Antonio Gramsci, cit., p. 104. []
  7. Una ricostruzione dell’argomento in F. Aqueci, Lo spettacolo della corruzione. Élites e partiti in Pareto, «Politeia», anno XXIX, n. 109, 2013, pp. 55-64. []
  8. D. Fusaro, Antonio Gramsci, cit., p. 102. []
  9. F. Aqueci, L’ironia della genesi. Modelli alternativi del conflitto comunicativo, “Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio”, vol. 6, n. 3, 2012, pp. 16-24. []
  10. «Ma in realtà solo il gruppo sociale che pone la fine dello Stato e di se stesso come fine da raggiungere, può creare uno Stato etico, tendente a porre fine alle divisioni interne di dominati ecc. e a creare un organismo sociale unitario tecnico-morale» (Q. 8, § 179, p. 1050). []
  11. D. Fusaro, Antonio Gramsci,, cit., p. 126. []

Benvenuto, Presidente Mattarella!

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Il cesarismo plurale che ha caratterizzato per circa due anni la vita politica italiana, si sta avviando alla normalizzazione? Certo, Berlusconi sembra proprio infilzato, ma con Grillo la partita è già chiusa? Piangeva il cuore a vedere quei centotrenta voti buttati ai piedi di un nesci nominato dalla rete bizzosa, che però ha fatto comodo alla misteriosa dirigenza grillina, che ha potuto così trarsi fuori da una partita di cui non teneva il pallino in mano, perché anche se sin dall’inizio avessero votato Prodi, difficilmente i democratici si sarebbero divisi. La razionalità di questa strategia sta tutta in quell’incredibile venti per cento che i sondaggi continuano ad attribuire alla falange grillina, che spesso però dà l’impressione di tramutarsi in un’armata brancaleone. Ma cosa farne ora di questa massa di voti, prima che evaporino? Grillo si è incontrato con don Ciotti per discutere di reddito di cittadinanza. Se ne deve dedurre che l’iniziale ancoraggio alla piccola e media impresa, che faceva dei cinquestelle il partito del piccolo capitale, si sta allargando, forse con l’intento di egemonizzare quella “coalizione sociale” cui molti lavorano, anche sull’onda del successo di Tsipras, e che si dovrebbe contrapporre al “partito della nazione” che con l’elezione di Mattarella ha celebrato il suo successo. Ma i “cattolici democratici”, che ora possono farsi scudo addirittura di un papa come il gesuita argentino venuto dalla “fine del mondo”, si faranno rinchiudere così tanto facilmente in questo partito, che oggi appare come il comitato d’affari del capitalismo dei magnati? Inquieti e superbi come sono, c’è da dubitarne, e quindi anche nel “blocco nazionale” oggi trionfante le acque ribollono sotto una calma apparente, della quale l’ex sindaco di Firenze (non di più…) è pienamente consapevole. Quelli che invece appaiono del tutto senza prospettiva sono gli eredi del glorioso PCI, avendo aderito scriteriatamente nei decenni scorsi alla versione moderata, ma perciò tanto più stupida, dell’economicismo neoliberistico, ora in panne. Il loro cavallo era Giuliano Amato, e questo la dice lunga sull’arido politicismo cui si sono ridotti. Adesso sono alla mercé dei vecchi democristiani, che hanno soccorso agli inizi degli anni Novanta, svendendo il proprio patrimonio dottrinale, cui peraltro nessuno più credeva. Macerie. Ma anche fine degli equivoci.

Cronica del nuovo millennio

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Una scolaresca va in visita ad Auschwitz. La professoressa che l’accompagna, nota che il blocco destinato all’Italia per il ricordo degli ebrei italiani lì deportati è chiuso. Dalla guida apprende che è in quello stato da quattro anni, per mancanza di fondi. La professoressa, sdegnata, scrive a Corrado Augias, il quale pubblica nella sua rubrica la lettera, auspicando che il governo, almeno nella ricorrenza del 70° della Shoah, riapra il blocco1. Passano due giorni, e sul “Fatto” si legge che il blocco è chiuso perché al suo interno ci sarebbe «un’opera d’arte astratta, poco “leggibile”, e per questo considerata inidonea e ora è stato deciso di portarla a Firenze». Il cronista, la cui paratassi richiama quella di una cronica medievale, aggiunge che le autorità locali sono in attesa di capire come l’Italia deciderà di affrontare la questione e in che tempi2. Lo stesso giorno, però, il ministero degli esteri manda una precisazione a “Repubblica”, in cui si afferma che «è la presenza nell’opera di richami artistici al comunismo, oggi considerati fuori legge in Polonia, ad aver indotto la chiusura del Blocco 21»3. Dunque, l’Italia, un paese in cui l’anticomunismo è una pratica spiritica di massa, non può celebrare i suoi ebrei morti ad Auschwitz perché una legge anticomunista vieta i “riferimenti artistici” al comunismo presenti nell’opera che, secondo quanto si afferma nella lettera del ministero degli esteri, nel 1980 l’Associazione Nazionale Esuli e Deportati (Aned) decise di porre nel blocco dedicato all’Italia. È vero, era il 1980, e non si poteva prevedere che i “riferimenti artistici” al comunismo sarebbero stati vietati per legge, e questa è stata sicuramente una mancanza di lungimiranza. Di che si sdegna, dunque, la professoressa? La colpa è degli ebrei del secolo scorso, che hanno commissionato un’opera d’arte “inidonea” che ora è stata deportata a Firenze e lì verrà gasata e Renzi ha detto che i soldi ci sono per fare questa cosa ma poi ha ritirato la manina comunque i polacchi hanno pure fermato Pacifici che dopo avere parlato in tivù cercava di scappare da Auschwitz da una finestrella ma è scattato l’allarme e sono venuti i poliziotti e lo hanno insultato ladro di merda non si sa se gli hanno detto anche ebreo di merda stavano quasi per riaprire i forni ma è intervenuto il consolato italiano e gli ha detto tranquillo è anticomunista e allora l’hanno rilasciato. Non è uno scherzo, è tutto scritto nella cronica del “Fatto”4. Cronica del nuovo millennio.

  1. “la Repubblica”, 27.1.2015, p. 28 []
  2. “Il Fatto Quotidiano”, 29.1.2015, p. 18 []
  3. “la Repubblica”, 29.1.2015, p. 26 []
  4. Pacifici “deportato” per una notte, “Il Fatto Quotidiano”, 29.1.2015, p. 18, articolo siglato con le iniziali “Al. Fer:” []

Brutto carattere

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Sabato 24 gennaio, al Cairo, nei pressi della fatidica piazza Tahrir, mentre sfilava un piccolo corteo del Partito dell’Alleanza popolare socialista egiziana, è stata uccisa dalla polizia l’«attivista», come viene asetticamente definita dai media, Shaimaa al-Sabbagh, 32 anni, che chiedeva «pane, libertà e giustizia sociale», e manifestava «contro i Fratelli e contro Sisi», l’attuale presidente ex-generale1. Un esile fiore tra zolle pietrose che cozzano ciecamente l’una contro l’altra, ma quanto basta per ricordarsi che le “primavere arabe” sono state anche una richiesta di quella “libertà” che tanto pesa ai tanti Houellebecq d’Occidente. Che cosa sarebbe accaduto in Italia se, nel 1948, i Fratelli musulmani dell’epoca, cioè la Democrazia cristiana, avessero fallito la prova di governo? Magari il generale Graziani sarebbe diventato presidente del consiglio, e Luigi Gedda sarebbe stato sbattuto in galera. Ma da lungo tempo la Chiesa era già un organismo politico, e così i cattolici, dopo la falsa partenza di Sturzo all’inizio degli anni Venti, poterono con De Gasperi adagiarsi nel loro comodo “cattolicesimo democratico”. È questo retroterra di religione “riformata” che, nel corso del 2011, è mancato alle forze politiche arabe di ispirazione musulmana, che si sono invece trovate ad opporre l’aspra morale del Corano ad una società dalla doppia coscienza, quella verbale del rispetto rituale dei dettami del Profeta, e quella pratica segnata da una sfrenata “ragione strumentale”, per di più ostacolata dai detriti della vecchia subordinazione coloniale, e quindi carica di risentimento nazionale. Ma la religione politicamente “riformata” non ha assicurato il Paradiso in terra agli italiani. Negli anni Cinquanta e Sessanta, sono stati a decine gli “attivisti” uccisi dalla polizia, o dalla mafia, mentre manifestavano chiedendo “pane, libertà e giustizia sociale”, alla ricerca di un sentiero di mezzo tra l’astuta, e nell’immediato salvifica, “ragione politica” democristiana, e le forze dello “sfrenato movimento” neocapitalistico che si espressero nel “boom economico”. L’Italia era nata con un brutto carattere. Sin dall’Italietta pre-fascista, infatti, gli italiani furono xenofobi quando non razzisti, maschilisti e quindi anche omofobi, portati alle rodomontate militaristiche, “liberali” ma di un liberalesimo che, in un attimo, ancor prima di poter chiarire con Gramsci, che il drappo rosso agitato dagli operai era quello della “reciprocità”, si tramutò in un anticomunismo che il fascismo eresse a regime, divenendo così l’“autobiografia della nazione”. Il fascismo, che si ergeva a riformatore del carattere nazionale, in realtà ne fu l’erede, esasperandone solo i tratti. Esso chiedeva agli italiani di credere, obbedire e combattere, di praticare il culto della guerra e della bella morte, di essere virili ginnasti, di “fare figli come conigli”, di immedesimarsi nella politica incarnata dal Duce, di considerare gli italiani il popolo eletto. Il neocapitalismo, invece, quando arrivò, chiese di comprare “beni di consumo”, macchine e televisori in primis, di divertirsi, di fregarsene della politica, di non fare figli per non dover dispensare consigli, insomma di godersela. La vera riforma del carattere nazionale l’ha operata perciò il neocapitalismo dei consumi, che già incubava con la Topolino, e che la pelosa generosità del piano Marshall dei “liberatori” d’Oltreatlantico fece esplodere. E tutto questo, da Pasolini in poi, è certamente vero. Ma quando si parla di carattere nazionale, se ne parla sempre sub specie aeternitatis. Intanto è curioso che, in questo carattere nazionale, il fanatismo della tradizione, l’esaltazione dell’eroe che si immola, la sottomissione della donna, il gusto della guerra permanente e l’ideale del Libro e del moschetto, sono il portato di un fondamentalismo non religioso, bensì laico, cioè l’angusto liberalesimo risorgimentale tralignato in fascismo. Ma il problema del carattere nazionale, se si vuole continuare a ragionare con questa categoria tanto suggestiva quanto indeterminata, è il suo futuro. Da quando Pasolini, con la metafora della “scomparsa delle lucciole”, denunciò la “mutazione antropologica” che aveva affetto gli italiani, non si è più fatto un passo avanti. Se si vuole uscire dalla lamentatio, bisogna guardare al terzo tempo, che viene dopo il fondamentalismo liberalfascista e l’anomia del capitalismo consumistico. Oggi, il capitalismo è assoluto, perché il consumo non procura più godimento, ma sofferenza. Con il suo “debito” da ripagare, gira a vuoto. È fallito, ma non si è ancora manifestato chi ne proclami il fallimento. La fase che vive il “carattere nazionale”, dunque, è l’interludio di una rabbiosa speranza, e l’esile fiore della giustizia che, nei pressi di piazza Tahrir, è travolto da forze ciclopiche che la storia non ha ancora digerito, è lo stesso che stenta a sbocciare nel suolo inquieto di un’Italia dal brutto carattere.

  1. http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_25/cairo-piazza-tahrir-attivista-uccisa-corteo-stata-polizia-governo-nega-e1faf80c-a46b-11e4-9025-a3f9ec48a2fa.shtml []

Moi, je ne suis pas Charlie! Et toi? (3)

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Stupiscono certe affermazioni di persone che fanno mostra di un pensiero scafatissimo. Intervistato dal “Corriere della sera” sui fatti di Parigi, Michel Houellebecq afferma che una sua recente rilettura del Corano lo ha convinto che un lettore onesto di questo libro sacro «non ne può concludere affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente»1. Ma, anche senza aver passato i giorni a compulsare dotti trattati, dovrebbe essere ormai chiaro, per semplice fatto d’osservazione, che un testo religioso non è solo un “insieme di prescrizioni”, ma anche, e assai più spesso, un “insieme di giustificazioni”. Oggi ci sono individui che si dicono musulmani, che vogliono vendicarsi di offese subite, e fondare un loro impero universale. Questa non è fede, ma sete di rivalsa e volontà di potenza. Le motivazioni, rivestite di giustificazioni religiose, bisogna andarle a cercare non nel loro libro, ma, se non si vuole risalire al colonialismo, almeno in ciò che è successo in quest’ultimo inglorioso trentennio, nel corso del quale ciò che chiamiamo “Occidente” le ha sbagliate tutte, perdendo via via ogni ascendente sul mondo. Houellebecq, bontà sua, sostiene che «la violenza non è connaturata all’Islam», mentre il problema di questa sfortunata religione «è che non ha un capo come il Papa della Chiesa cattolica, che indicherebbe la retta via una volta per tutte». Se Houellebecq, anziché perdere tempo a leggere il Corano, osservasse ciò che sta accadendo nella Chiesa cattolica, si accorgerebbe che adesso ci sono due papi, uno emerito che ha rinunciato al soglio perché il mondo non lo stava a sentire, e uno in carica che si dichiara solo “vescovo di Roma”. Evidentemente, i papi devono servire a poco se i fedeli hanno altro per la testa. Per fortuna, che Houellebecq ad un certo punto si sveglia, e afferma che la sua lettura del Corano lo porta a supporre come possibile un’intesa dell’Islam con le altre religioni monoteiste. Anche qui, non c’era bisogno di rileggere il Corano, ma bastava osservare la realtà per scorgere in una simile intesa una possibile fuoriuscita dal caos, nei prossimi decenni2. Ma in cosa deve consistere questa intesa? Houellebecq, ricollegandosi a quanto espresso da Emanuel Carrère nel suo recente romamzo Il Regno, sostiene che «senza andare verso un progetto di fusione grandioso alla Carrère, diciamo che Cattolicesimo e Islam hanno dimostrato di poter coabitare. L’ibridazione è possibile con qualcosa che è davvero radicato in Occidente, il Cristianesimo». Fusione o ibridazione, quel che Carrère e Houellebecq dovrebbero sottolineare di più è che il Cristianesimo deve cambiare anch’esso, se vuole intendersi con l’Islam e l’ebraismo. Ecco perché invocare un papa per l’Islam è contraddittorio, quando proprio in ciò il Cristianesimo deve riformarsi. Come si dice in francese, on ne peut avoir le beurre, et l’argent du beurre. Ma il punto è proprio questo, che da vero incontentabile Houellebecq vuole il burro e i soldi che la mamma gli da dato per comprare il burro. Egli infatti sostiene che un’ibridazione dell’Islam con il “razionalismo illuminista” gli pare inverosimile. Per la verità, neanche il Cristianesimo si è ben ibridato con questo strano parto di ciò che chiamiamo “modernità”. Ma qui c’è tutta l’ambiguità del discorso di Houellebecq. «I miei valori non sono quelli dell’Illuminismo», egli afferma, scrollando sdegnosamente le spalle. Quello che all’apparenza sembra essere una via religiosa ad un nuovo umanesimo, si rivela così una regressione ad una religione comune, magari con tanto di papa, che ci liberi da quella libertà morale di cui, come afferma ancora Houellebecq, «l’uomo non ne può più». Ma siamo sicuri che i musulmani non stiano cercando a modo loro quella libertà di cui Houellebecq, e i suoi affaticati compagni, sono così stanchi? Siamo sicuri che non stiano cercando, per altro alquanto disturbati dalle nostre continue intromissioni, una versione più autentica di quella libertà che troppe omissioni, troppe rimozioni, troppe strumentalizzazioni hanno reso da noi un vuoto simulacro? Poco importano queste domande ancora troppo illuministiche, perché Houellebecq ha già deciso: «ecco perché parlo di sottomissione». E che cos’è la sottomissione? Qualche anticipazione giornalistica del suo nuovo romanzo che, non essendo lettori abituali di questo rispettabile scrittore, non si è letto in originale, lo chiarisce:

«“È la sottomissione” disse piano Rediger. “L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta. È un concetto che esiterei a esporre davanti ai miei correligionari, potrebbero giudicarlo blasfemo, ma per me c’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive Histoire d’O e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’islam. Vede”, proseguì, “l’islam accetta il mondo, e lo accetta nella sua integrità, accetta il mondo così com’è, per dirla con Nietzsche. Per il buddhismo il mondo è dukkha — inadeguatezza, sofferenza. Il cristianesimo stesso manifesta serie riserve — Satana non viene definito “principe di questo mondo”? Per l’islam, invece, la creazione divina è perfetta, è un capolavoro assoluto. Cos’è in fondo il Corano, se non un immenso poema mistico di lode? Di lode al Creatore e di sottomissione alle sue leggi»3.

Non si poteva parafrasare meglio il famoso “solo un dio ci può salvare” del filosofo della Foresta nera4, non si poteva esprimere meglio questa nuova “passione dell’obbedienza” da cui, però, i credenti stessi cercano di prendere le distanze (Bergoglio semplice “vescovo di Roma”!). Perché, alla fine, è questo il punto, si abbassano le insegne del “razionalismo illuministico”, si prendono le distanze dalla “modernità” e dall’“Occidente”, ma resta sempre quell’istanza, “noi”, che per quanto ormai vuota di fascino e contenuto, pretende di decidere come deve essere, questa volta non più la “ragione”, ma la nuova fede in cui islamici, cristiani ed ebrei dovrebbero ibridarsi. Una fede da schiavi felici. Il libertinismo è divertente, ma travestito coi paramenti teologici fa paura. Sottomissione? No, grazie, reciprocità!

  1. S. Montefiori, Michel Houellebecq: «Niente in Francia sarà più come prima. Sì, ho paura anch’io…», http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_14/michel-houellebecq-niente-francia-sara-piu-come-prima-si-ho-paura-anch-io-b2efe122-9bb4-11e4-96e6-24b467c58d7f.shtml. Salvo altra indicazione, le citazioni che seguono si riferiscono a questa intervista []
  2. F. Aqueci, Rompere lo specchio. Islam ed ebraismo al tornante della modernità, “Critica marxista”, n. 5, settembre-ottobre 2008, pp. 35-41, poi in Id., Ricerche semioetiche, Roma, Aracne. 2013, pp. 187-197 []
  3. M. Houellebecq, “Francia, il tuo destino è la sottomissione al potere dell’islam”, “la Repubblica”, 15.1.2015, pp. 22-23. []
  4. M. Heidegger, Nur noch sin Gott kann uns retten, “Der Spiegel”, XXX, n. 23 31 maggio 1978. Il colloquio con Rudolf Augstein e Georg Wolff ebbe luogo il 23 settembre 1966. []