Moi, je ne suis pas Charlie! Et toi? (2)

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Oggi, su “la Repubblica”, l’inviato Marco Mensurati, tracciando un profilo dello jihadista complice degli autori dell’eccidio di Charlie Hebdo, scrive: «Con Cherif, agli arresti finisce anche Coulibaly. I due si erano conosciuti ai tempi del parco Buttes Choumont. Per un istante, però, Coulibaly è sembrato sul punto di abbandonare la jihad e integrarsi, tanto che nel 2009, apprendista alla fabbrica della Coca Cola del suo paese, era stato scelto per incontrare il presidente Sarkozy, una specie di testimonial di quelli che ce la fanno. Poi, però, la ricaduta, l’arresto, e la ripresa del viaggio verso la fine»1. Un posto alla Coca Cola e un incontro con Sarkozy, ecco cosa significa avercela fatta. Si capisce allora perché, alla fine, si possa scegliere la jihad.

  1. M. Mensurati, Dalla moschea ad Al Qaeda così è nata la “banda del parco”, “la Repubblica”, 10.1.2015, p. 11 []

Moi, je ne suis pas Charlie! Et toi? (1)

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Un’amica, che ha passato buona parte della sua vita a studiare e a spiegarci l’Illuminismo europeo, mi indirizza una mail dal titolo «Moi, je ne suis pas Charlie! Et toi?», nella quale scrive: «È difficile far passare in questo momento un giudizio così impopolare, e non so se lo condividerai. Ma vedendo le vignette di Charlie Hebdo ho avuto un moto di ripugnanza. La satira rivolta a una categoria in quanto tale è volgare a prescindere (se è ebreo ha il naso adunco, è scuro e peloso, dunque anche avaro…). Le conseguenze tragiche che questi sterotipi hanno avuto nel Novecento dovrebbero insegnarci qualcosa, e invece no. Eppure libertà di pensiero è anche consentire ai nostri coinquilini islamici di pensarsi come individui, il che li aiuterebbe a pensare da individui, cioè come ci vantiamo giustamente di pensare noi». Devo dire che le vignette di Charlie Hebdo mi fanno (facevano) ridere, e di gusto, ma devo riconoscere che è la risata di un attimo, una risata sulfurea che corrode più colui che ride, che l’oggetto dell’irrisione. Forse perchè è il riflesso soggettivo di una immobilità della struttura. Il vecchio Pareto spiegava che la distruzione del “residuo” non fa sparire la “derivazione”, tanto che «nelle Indie gl’indigeni convertiti perdono la moralità della vecchia loro religione, senza acquistare quella della nuova»1. I musulmani sono presi dalla corrente modernizzatrice, ma tengono al loro “residuo”, al punto da farne un assoluto, anche se per fortuna solo una minoranza lo difende con le armi. Decentrarsi da esso e pensarsi come individui richiederebbe una laicità che non ispiri loro il sospetto di essere ridotti a singoli manipolabili poi a piacimento. È vero che ciò concerne anche i fondamentalisti cristiani, anche loro aggressivi in qualche loro componente, ma la differenza non piccola è che essi aspirano a restaurare un “residuo” che, nella struttura, già domina il mondo. È condivisibile perciò nell’immediato quel “giudizio impopolare” circa l’unilateralità di certa satira, ma andando oltre la “permanenza dei residui” di Pareto, il problema è come smuovere questa pigrissima ontologia in cui siamo intrappolati, di cui la religione, con le immagini contrapposte che rinvia gli uni agli altri, è lo specchio deformante utile solo ad alimentare una lotta di potere. Per gli jiahdisti, infatti, che raccolgono in ciò lezioni secolari, la “fede” è un brutale instrumentum di un regno che aspirano ad instaurare, con tanto di pubblici e sanguinosi proclami. Ma la “libertà” alla quale giustamete noi tanto teniamo, è davvero così libera? Si può concepire la satira sub specie aeternitatis, o si dovrebbe forse anche tener conto dello “sviluppo ineguale” delle singole “menti sociali”, senza che da ciò derivi una censura della satira stessa? La mail dell’amica illuminista così si conclude: «Dal compagno Bergoglio mi aspetterei qualcosa in questo senso. Lui se lo può permettere». In effetti, la vignetta charliehebdomadista in cui le tre entità della Trinità fanno a incularella è un ilare atto di disperazione ontologica. Il Papa venuto dalla fine del mondo che, tra lo scandalo di molti, esclama: «chi sono io, per giudicare?», è già una picconata sul “residuo” che, lo voglia o meno Bergoglio, muove verso una promettente “reciprocità”. Il problema, infatti, è uscire fuori dalle “forme di vita” dentro cui proprio quel pigro “sviluppo ineguale” ci imprigiona, e dentro cui stiamo orgogliosamente asserragliati. Uno sviluppo, di cui nessuno può essere ragionevolmente certo di aver raggiunto l’apice. E, invece, se oggi uno jiahdista può uccidere un vignettista per punirlo della sua blasfemia, è perché, nei decenni scorsi, nella “sovrastruttura”, c’è stato chi, politico o intellettuale, cristiano o musulmano, ha fatto a gara nell’opera di “distruzione della ragione”, in nome di una “razionalità strumentale” buona per la struttura, ma che diviene un’impostura quando, verniciata di “libertà”, si propone come il compimento della storia.

  1. Trattato di sociologia generale, § 1416 []

Una sinistra di sinistra. A proposito dell’eurasiatismo di Aleksandr Dugin

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Alla fine della Prima guerra mondiale, Gramsci denunciava l’«ideologia wilsonisma della Società delle Nazioni» come «l’ideologia propria del capitalismo moderno, che vuole liberare l’individuo da ogni ceppo autoritario collettivo dipendente da strutture economiche precapitalistiche, per instaurare la cosmopoli borghese in funzione di una più sfrenata gara all’arricchimento individuale»1. Oggi, Aleksandr Dugin, teorico dell’eurasismo, denuncia l’ideologia della “società aperta”, dei diritti dell’uomo, dell’economia di mercato e del sistema democratico liberale, come l’ideologia propria del cosmopolitismo occidentale, che con la globalizzazione gli Stati Uniti pretendono di imporre come una verità universale obbligatoria2. La differenza tra le due posizioni è che Gramsci si interessò dell’americanismo, per appropriarsi della sua “grammatica” modernizzatrice e rovesciarla di segno, mentre invece Dugin respinge l’americanismo e si volge senza indugio alla Tradizione, come egli la scrive con la t maiuscola. Dopo quarant’anni di compromesso keynesiano, trenta di reagan-thatcher-blairismo e sette di “crisi economica” conclamata, con le dovute cautele e gli opportuni distinguo si può anche convenire con Augusto Del Noce che il tentativo modernizzatore di Gramsci, portato avanti dai suoi eredi politici, in tutte le loro molteplici trasformazioni, è stato assorbito e neutralizzato dalle tendenze in atto del capitalismo assoluto3. Ma quale può essere l’esito del tradizionalismo di Dugin? Alla luce della crisi ucraina, nella quale la Russia ha alluso ad una logica “eurasista”, si può ben dire che esso è destinato ad un fallimento ancora più definitivo. Le sanzioni economiche e il crollo del prezzo del petrolio stanno mettendo in ginocchio la Russia, la quale ha così potuto toccare con mano la fragilità di ambizioni alimentate da un’ideologia “passionaria”, come il particolarismo universalistico di Dugin. Di passata, non si può non notare che la sovradeterminazione energetica degli scopi d’azione che, al seguito di Gumilev, Dugin chiama «passionarietà»4, nonché la nozione di «luogo-sviluppo», centrale nell’eurasismo, richiamano il «non logico» e la «persistenza degli aggregati» di Vilfredo Pareto5, il che giustifica la supposizione che l’eurasismo sia una forma di naturalismo mascherato che, nella versione “heideggeriana” di Dugin, con il suo appello ad un «capo» che si faccia interprete della «comunità di destino» che ogni «civiltà» rappresenta, diventa anche un programma politico-ideologico irrazionale apertamente rivendicato. Perciò, la sinistra di destra che Dugin predica, cioè una sinistra egualitaria che sposa valori di destra, quali il localismo, il comunitarismo e il tradizionalismo, è un pasticcio ideologico che alla prova della realtà non regge. Dugin dichiara di condividere con i comunisti «la critica della società borghese e il rifiuto del sistema capitalista liberale», ma precisa che gli sono «completamente estranei la dogmatica della classi, il progressismo, il materialismo storico e dialettico»6. Lasciando da parte i comunisti, una specie politica attualmente in letargo, si può però dire che il bricolage ideologico non porta da nessuna parte e causa solo confusione, quella stessa che tragicamente regna sul campo di battaglia ucraino. Criticare il sistema capitalistico e rifiutarsi di fare i conti con il materialismo storico è come pretendere di scalare una montagna con le scarpe da passeggio. Al primo lastrone di ghiaccio, si precipita in uno degli infiniti crepacci di cui è disseminata la notte dei tempi, e lì, come fa Dugin7, si resta a rimuginare tutte le storie dei patriarchi, mentre in cima il futuro balla la sua danza sfrenata.

 

  1. A. Gramsci, I cattolici italiani, “Avanti!” ed.piem., 22.12.1918, in A. Gramsci, Scritti Politici, a cura di Paolo Spriano, vol. 1, Editori Riuniti, Roma 1978 pp 224-228, http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/catit.htm []
  2. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, Napoli, Controcorrente, 2014, p. 75; A. Dugin, Continente Russia, cit. in C. Mutti, Recensione a G. Zjuganov, Stato e potenza, http://www.claudiomutti.com/printable.php?id_news=84 []
  3. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, [1978], Torino, Aragno, 2004, pp. 221 sgg. []
  4. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 40 []
  5. V. Pareto, Trattato di sociologia generale, (1916) Torino, Utet, 1988 []
  6. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., p. 110. []
  7. A. De Benoist, A. Dugin, Eurasia. Valdimir Putin e la grande politica, cit., pp. 115-122. []

La solitudine di Napolitano

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Nel suo discorso del 22 febbraio 2013, a piazza San Giovanni, Grillo elencò le “parole guerriere” che riassumevano l’idea della nuova politica dei cinquestelle: comunità, onestà, partecipazione, solidarietà, sostenibilità1. Nel suo discorso del 10 dicembre scorso, all’Accademia Nazionale dei Lincei, Giorgio Napolitano, chiamato a riflettere da politico sulle “patologie” del nostro tempo, ha indicato nell’appartenenza ad una comunità, nei doveri verso i cittadini e nel bene comune, i valori su cui fondare una ripresa delle “ragioni della politica”2. Sono parole molto simili a quelle di Grillo. I due però non si capiscono, anzi, l’uno dà all’altro del Morfeo, del privilegiato e del complice, l’altro gli risponde tacciandolo di essere un eversore dell’antipolitica. Come si spiega questa totale incomprensione? Certo, Grillo è un rivoluzionario, Napolitano un gradualista. Ma cosa indicano queste etichette? Come si intrecciano e si scontrano queste due differenti storie politiche? Il contenuto della rivoluzione di Grillo è “il cittadino che si fa Stato”. Il gradualismo di Napolitano consiste nella “cultura del rispetto”, rispetto della cultura, delle istituzioni e delle persone. Il rispetto è l’esito del suo percorso ideologico, che ha le radici in una lunga storia. Se il gruppo dell’Ordine Nuovo torinese, nel ’19-’20, aveva infuso nella produzione il rigore della morale kantiana del rispetto, Napolitano rappresenta il punto massimo di evaporazione della “morale dei produttori” che da quell’innesto era derivata, e che con la “diversità comunista” e la “terza via” Berlinguer aveva tentato disperatamente di mantenere su un terreno ancora strutturale. Risalendo la corrente, Napolitano invece si sposta sull’antica sovrastruttura, ma quando credeva di aver raggiunto un approdo sicuro, inopinatamente qui incontra la “rivoluzione” di Grillo, che grida, insulta e strepita. Napolitano ne è disgustato, e denuncia allora la “comparsa in Parlamento di metodi ed atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità”. Grillo, però, non ci sta, e sottolinea ad ogni pie’ sospinto il carattere “non violento” della rivoluzione cinquestellata. Nella sua semplificazione teatrale della politica, con “non violenta” Grillo intende il fatto che con il suo movimento impedisce alla gente di scendere in strada a spaccare le vetrine. Ma il significato autentico di “non violenta” ce lo dà il suo sodale Casaleggio, il quale rassicura tutti, anche con opportune visite al Workshop Ambrosetti, che la rivoluzione cinquestellata non intende sovvertire minimamente i rapporti di produzione. Quello che lui vuole è uno spostamento di qualche grado dell’asse strutturale, dalla grande impresa e dalla finanza alla “piccola e media impresa”. A questa modesta rotazione, Grillo aggiunge l’epica del “cittadino che si fa Stato”, cioè una comunità virtuale dove l’individuo può dare libero sfogo alle proprie robinsonate, dall’elettricità prodotta con gli scarti di casa, alla pistola costruita con la futuribile stampante tridimensionale. L’antipolitica che tanto allarma Napolitano, si rivela allora solo un borborigma del capitale. Da vecchio comunista, Napolitano stesso lo capisce, ma essendo egli sempre stato un comunista “sovrastrutturale”, non va al di là di un rimbrotto, per così dire, “etico-politico”, ed è quando nel suo discorso ai Lincei addita i “giornali tradizionalmente paludati” quali complici dell’onda fangosa rivolta contro la “casta”. Ma se era qualcosa di più dell’eterno contrasto italiano tra “magnati” e “popolani”, sarebbe mai potuto accadere che quei due mattacchioni di Stella e Rizzo cavalcassero quell’onda dalle colonne del “Corriere della sera”? Ecco, allora, la solitudine di Napolitano, ormai lontano dal suo vecchio esercito, alla cui rotta contribuì volendolo sempre  alienare in qualcos’altro, ottenendo solo alla fine di ritrovarsi in un empireo che, visto da vicino, è solo il luogo dove maschere, di volta in volta infide, ridanciane o vocianti, recitano lo “spettacolo degli interessi”.

  1. http://www.beppegrillo.it/2013/02/parole_guerrier.html []
  2. http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=2966 []

Europa: federazione o confederazione?

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Ieri, domenica 7 dicembre, Eugenrio Scalfari, in un’intera pagina di “Repubblica”, ha detto una cosa molto semplice che si può riassumere così: Draghi è per la federazione europea, Renzi per la confederazione. Poi Scalfari si è ulteriormente dilungato sui motivi di queste differenti scelte, che si possono riassumere anch’essi in poche parole: Draghi è per la federazione europea perché permette all’Europa di giocare un ruolo nello scenario mondiale, Renzi è per la confederazione perché vuole salvaguardare il suo potere di uomo di stato, che nel caso della federazione scadrebbe a quello di un qualsiasi governatore di uno stato americano. Scalfari cena spesso con Draghi al lume della ragione, come tiene a far sapere, e altrettanto tiene a far sapere che di tanto in tanto incontra Renzi, che gli sta simpatico, anche se non lo può vedere. Egli è dunque, come dire, informato sui fatti e le persone, e quindi possiamo credergli quando ci spiega le differenti strategie di questi due grand’uomini. Si vorrebbe solo osservare che l’Europa federale vagheggiata da Scalfari non è l’angelo della pace che l’umanità attende da duemila anni. Se l’Europa si federa, significa che avrà un esercito, e finalmente una politica estera con cui la Mogherini non si potrà più baloccare. L’Europa così avrà certamente un ruolo nel contesto mondiale, il che tradotto significa che si confronterà e molto probabilmente si scontrerà con gli Stati Uniti e con la Cina. Pensare che le cose possano andare diversamente, significa vivere sulla luna. Pensare che gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa federata possano dare vita ad un governo mondiale è un sogno puerile, e fa specie che uomini molto navigati possano nutrirlo. Invece è molto più probabile che tra queste tre entità si scateni una competizione, anche guerresca, se è il caso. Non c’è bisogno di essere Lenin per capirlo. La storia inoltre insegna che il federalismo arma i popoli, anziché disarmarli. Lasciamo stare la Svizzera, dove pure ogni cittadino tiene a casa il suo fucile di bravo soldato in sonno, ma il passaggio degli Stati Uniti da stato confederale a stato federale, avvenuto con la Guerra Civile, ha dato luogo allo stato imperialista più potente e guerresco della storia. Insomma, il bel raccontino che ci ha fatto Scalfari sulle lungimiranti intenzioni di Draghi, anziché rassicurarci, ci ha allarmati. Questo non significa che preferiamo l’Europa degli staterelli, dove tutti i Renzi possono fare coccodé. Ma se l’Europa vuole proprio fare qualcosa, perché non comincia a risolvere i suoi problemi con la Russia? Si tratta di una civiltà e di una potenza territorialmente contigua, e culturalmente con tante cose in comune. Certo, noi stiamo delegando la disciplina matrimoniale ai gay, mentre loro sono per i valori tradizionali della civiltà cristiana, ma la Russia ha l’atomica e, come si sa, tante materie prime. Un blocco tra Europa occidentale ed Europa eurasiatica avrebbe ben più che un ruolo nel contesto mondiale, con il vantaggio che ognuno potrebbe restare padrone a casa sua. C’è da augurarsi che l’imperialismo europeo non si ridesti, e con la moneta porti a termine la rivincita sul 1945. Meraviglia molto che uomini che hanno vissuto in quegli anni, spieghino ai giovani come ritornarci per vie traverse. Con questo, non stiamo dicendo che Draghi è un Mefistofele che sta preparando l’inferno. È solo un banchiere che primeggia nel nanismo della politica. Renzi purtroppo non è un gigante. Ecco, questo è l’unico punto su cui Scalfari ha ragione.

P.S. In un’intervista rievocativa dei suoi novant’anni, apparsa sullo stesso numero di “Repubblica”, Alfredo Reichlin ha affermato che la sinistra «ha fallito. La sua crisi rientra nel più generale declino della civiltà europea. È finita l’occidentalizzazione del mondo». Quindi, la sinistra era un’articolazione dell’imperialismo europeo. Insomma, Lenin, ancora lui, non aveva capito niente.